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Con le caviglie bagnate - Patto d'Acciaio

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Con le caviglie bagnate - Patto d'Acciaio

Messaggio Da Sentrem il Ven Mar 16 2018, 18:13

il cielo lattiginoso non lasciava spazio a raggio di sole alcuno, nella mattina brumosa di Cala Procellaria. Sopra, sulle scogliere alte e spioventi, refoli di nebbia strisciavano via in volute, verso la parte bassa della valle- ma a ridosso della spiaggia sferzata dal vento, non vi era traccia della bruma.
Lento, inesorabile e esteso all'infinito, il rollio delle onde e lo sciacquio costante della marea non dava pace a chiunque fosse sul litorale- il vasto, desolante orizzonte verde bottiglia del mare agitato pareva confondere i sensi- un gigantesco leviatano di acque inquiete, infide, che tuttavia presentavano un lambire gentile sulla spiaggia, un dolce cullare di risacca che risuonava di una melodia quasi ipnotica.
Il vento, lontano fra i flutti, solo di quando in quando spirava verso il lido, innalzando lontani uggiolii mentre fischiava fra le scogliere frastagliate e le anse dei faraglioni.

Aurelio attendeva, sull'alto scranno. Il fondo di terra instabile supportava a malapena lo strumento di legno massello- bilanciarsi su di esso era un impresa. Silenzioso, il nobile attendeva, osservando i convenuti per il saluto ai quattro dipartiti colleghi. Non li vedevano, da quella distanza- sapevano che essi giacevano sulla tolda della scialuppa con la polena a forma di donna elfica, coronati da fieno ricco di olii profumati e unti di mirra e balsami funerari- almeno, quello che restava di loro. Un arco di betulla per Slade, un simbolo del drago d'argento scolpito nell'Ebano per Albert, e i due corpi di Doric e Bazok, stesi con i piedi verso la prua, adagiati fra fiori di carmine e amaranto,
Nessuno poteva vedere tutto questo- troppo distanti, i pochi convenuti, per cogliere le sfumature, il profumo del crisantemo e della ginestra fragranti e struggenti persino sopra il sacrale e alieno odore speziato dei balsami funerari.
Ma nei cuori, l'immagine era chiara. E nel suo doveva esserlo più di tutti gli altri- perchè solo lui avrebbe trovato le parole. E se le parole non potevano essere trovate, bisognava crearle lì ed ora. Le nocche di Aurelio si strinsero forte attorno allo scranno dondolante.
Voleva urlare. Lasciare andare tutto quel dolore. Voleva liberarsi di quel peso, lui, sopravvissuto a tanti orrori solo per portare la colpa di una vita ancora felice e ricca di cose da perdere. La paura stringeva il cuore del nobile La Torre, avvincendosi ad esso come una tenia, ferma e silenziosa, ma capace di singulti e spasmi ributtanti.
Reprimendo un brivido, Aurelio tenne duro ancora un po'.

Istvaan era forse il più fortunato fra loro- ogni quando, un refolo di brezza salmastra nascondeva fra le sue spire un accenno floreale, misto all'acre odore della salsedine. A lui era concesso il privilegio, vicino a quelle corde che avrebbero, una volta tagliate, fatto scivolare la scialuppa in acqua a vele spiegate- a lui toccava essere vicino a quelle salme che aveva chiamato colleghi ed amici.
“Lady Yer, fate presto”, sussurrava fra i denti il marinaio, osservando i nodi delle funi che rimanevano saldi, ultima mano stretta salda attorno a quanto rimaneva dei suoi ex compagni.
“Il trono della loro anima già si disgrega.” Respingendo un singhiozzo malcoperto, si sforzò a socchiudere gli occhi contro la salsedine, che sinistra, oltre al profumo delle rose, celava un odore più dolce e acre... un monito rivelatore di quanto egli stesso stava pensando.
Nemmeno i più fini olii avrebbero coperto l'odore di morte a lungo.

In piedi su uno sperone roccioso irto di cirripedi e mitili, impassibile di fronte agli spruzzi dei flutti e della risacca, Sir Erad Sacramor montava una guardia silenziosa. Non era tipo da lodi elegiache, o saghe epiche- egli era un uomo, un uomo che aveva perso dei compagni, una volta di più. Dietro quella distanza, il crudele mare confondeva i pensieri. Chi c'era su quella barca, ridotto in cenere? Era Albert Greywood, il giovane boscaiolo? O era Slade il lesto arciere, le cui frecce impennate con remiganti di poiana fischiavano nel vento? Erano cenere. Potevano benissimo essere altre persone. Poteva benissimo essere quel folle avventato di Rufio. O la sua maestra Enfrid, forse? Non era difficile ricordare quei capelli rossi e la pelliccia istoriata di rune. Erano cenere.
E la cenere era difficile da ricordare con precisione.
Quasi si sfiorò il marchio fatto con il gesso sull'occhio destro, la lacrima del Vegliante. Per un secondo, si guardò in giro circospetto, pensando che qualcuno lo avesse visto tentare di asciugarsi una lacrima vera e propria.
Tacque. Tutti guardavano il mare, ipnotizzati. Solo Percy gli fece un cenno, tanto stretto quanto eloquente, che Erad accolse con un alzata di sopracciglio e una risatina quasi rassegnata.
Cenere. Tutto sapeva di cenere, dal ritorno a Seawolk. E le ceneri più antiche bruciavano sulla sua anima come fiamme al calor bianco. Strinse forte il pomolo della sua spada.
“Mai più.” sibilò, forse a sé stesso, forse ai nemici.
“Mai più.”

Il mare osservava tutti gli astanti, con fare impassibile. Vasto, indefinibilmente grande, simile alle sfide che ancora aspettavano il gruppo presente in loco. Fringilla guardò preoccupata verso lord Aurelio la Torre, sperando che presto la situazione potesse trovare conclusione in un rito appropriato.
Il suo Lord guardava l’orizzonte, inamovibile.
Perplessa, si girò verso Pif e Ardanyan. Ciascuno dei presenti portava il simbolo della lacrima bianca, ma a Fringilla quello stesso segno risultava bizzarro, quasi odioso. Certo, sempre meglio delle canzonacce da postribolo dell’Occhio e Spada, ma non tutti stavano affrontando la dipartita dei colleghi allo stesso modo- questo pareva solo un altro modo per uniformarli.
E essere uniformati, con le recenti evoluzioni degli eventi, non era un’idea che la lusingava un granchè- la parola stessa risultava sinistra, e scivolava via dalla lingua con un sibilo, senza poter essere colta con inquietudine.
Fringilla si strinse nelle spalle.

Neraal stava ancora accordando il liuto quando uno scalpiccìo di zoccoli attutito dalla rena annunciò l’arrivo di Lady Druilia Yer.
Nessuno la riconobbe, inizialmente. Avvolta in pellicce nere di visone, un velo d’organza tirato sugli occhi, e un abito lungo e sobrio a mostrarne il lutto in toni di broccato nero, Lady Yer giunse quasi inattesa, al punto che sia Istvaan che Erad portarono le mani alle else.
Alzando una sola mano, e sollevando la veletta scura, la nobile mostrò a tutti il segno bianco sotto l’occhio destro. Le parole erano superflue- il suo sguardo era glaciale, eppure pervaso da una stanchezza obnubilante, grave, capace di suggerire pensieri oscuri. La bocca serrata in un rictus di compostezza, il colletto chiuso da bottoni a forma di spiga, i capelli raccolti in una crocchia dietro la testa- persino in quella situazione quasi informale, un comitato spontaneo per celebrare i caduti, ella appariva monolitica, incrollabile… e al contempo, tremendamente umana.
Con un solo gesto, scese da cavallo, e senza una parola autorizzò Aurelio a iniziare.

Aurelio prese un respiro profondo.
“Questo rito è per voi. Gli dei che veneravate, amici dipartiti, erano molti e diversi.”
Un secondo di silenzio. Poi un altro. Aurelio si accorse di non avere il fiato. Né le parole giuste- non avrebbe potuto onorare tutti i caduti secondo i riti corretti. Stava per sbagliare qualcosa. Stava per non dare ai suoi compagni caduti quello che gli spettava dopo la morte. Stava per fare qualcosa di profondamente ingiusto. Niente era giusto. Nessun caro ad accompagnarli. Nessun figlio a piangerli. Troppi pochi inverni sulle spalle, ed essi giacevano in una scialuppa che stava per portarli al largo, fra flutti freddi come coperte di neve, maschere pesanti di orrori negli abissi. Sentì il petto stringersi, e il mare parve inghiottirlo, nella sua ondulante vastità. Per un secondo ancora, Aurelio fissò senza parole l’orizzonte, poi forzò sé stesso a reprimere il nodo alla gola e le lacrime.
“Molti… e diversi. “
Aurelio si forzò a prendere fiato.
“Così come le gioie che avete condiviso con noi, e i molti motivi d’orgoglio che ci avete arrecato. Eravate nostri compagni nelle sventure, in mezzo alle sorti avverse, e avete spinto voi stessi ben oltre il limite del vostro dovere per proteggere non solo amici e colleghi, ma il ducato stesso.”
Le parole ora sgorgavano dal cuore.
“Possano le nostre voci raggiungervi, ovunque voi siate, onorati colleghi, per narrarvi di quanto avete arricchito la nostra vita, con fortuna, felicità e supporto, e quanto non saremmo stati le persone che siamo ora senza il vostro aiuto.”

Aurelio si girò verso Druilia, che ricambiò il suo sguardo con un cenno di assenso. Il labbro inferiore di lei era livido per lo sforzo di non tremare. Poi, guardando verso Erad, lo vide distogliere lo sguardo dall’orizzonte- il cenno di assenso che il cavaliere gli fece era greve con il peso dei sentimenti.
D’un tratto, gli fu difficile non sentire il dolore- i ricordi di Doric e Bazok si affacciarono nella memoria prepotenti, si sedettero sul trono della sua mente, reclamarono una libagione di lacrime. Aurelio sentì le guance bagnate senza nemmeno volerlo, la voce rotta proseguì impassibile, il tono che si sforzava di rimanere sacrale.

“Possano… le nostre spade, e i nostri martelli, e le nostre voci che cantano gloria a voi, amici perduti, arrivare fino nel più dorato… dei mondi superni, cosicché gli onorati eroi del… passato sappiano che… siete degni come pochi altri di prendere posto fra le leggende del Ducato, della cui gloriosa.. compagnia… non vi dovrete mai vergognare.”
Aurelio respirò profondamente, l’ordalìa del discorso che gli scuoteva ancora le nocche bianche in tremiti violenti.

“Chiunque… voglia… dire addio con due parole di commiato.. prenda pure il mio posto e parli.”
Lady Yer lo guardò negli occhi, mentre scendeva dallo scranno. L’approvazione sul viso di lei era chiaramente discernibile, così come la tintura bianca colata in parte sulla sua guancia destra.
Aurelio montò veglia di fianco Fae, sedendosi su un baule portato dalla sua servente lì accanto. Gentilmente, Fae cinse le spalle del suo padrone, che ora si era abbandonato a un pianto singhiozzante, sussurrando fra i denti “e ora chi mi coprirà le spalle, Doric…”

Senza salire sullo scranno, Ardanyan Hardhelm prese parola quasi all’improvviso. Alzò il suo fidato calice, in direzione della barca.
“Salute a te, Doric, e grazie per tutto l’aiuto. Grazie per i materiali, grazie per le risate e per le bevute. Possa tu bere vino d’oro servito da belle donne interessate ai tuoi racconti, ovunque tu sei ora, da oggi fino al raffreddarsi delle stelle”
Versò il contenuto del calice per terra- subito la fragranza si sparse.
Olio consacrato.
“Ci rincontreremo e berremo ancora. Aspettaci.”
Tutti sorrisero.

Fringilla si mosse, un singolo passo avanti. “Bazok Firebeard, ovunque tu sia, grazie del tuo aiuto. Possa tu far esplodere molte cose ovunque sarai e mai essere reputato imputabile della distruzione insensata che arrecherai. Sono felice tu abbia trovato… la pace.”
Sorridendo, avanzò verso la barca, poggiando degli appunti su di essa ai piedi di Bazok. Si strinse poi a Pif. Percy, con occhio distante, stette silenzioso. Desiderava dire qualcosa, ma non conosceva Bazok abbastanza bene da poter parlare al suo funerale.
Un altro volto che sarebbe stato difficile ricordare.
L’amarezza lo avvolse come una nebbia tangibile.

Neraal si alzò, dal posto in cui era seduto, e ripulendosi il viso da una lacrima passeggera, intonò le prime note di una canzone.

Ogni scudo, che abbia mai speso
L'ho fatto con gli amici miei
Ed ogni male, che abbia mai inflitto
Ahimè, l'ho fatto solo a me
E tutte le mie bravate
Non riesco ora a ricordar
Riempitevi, questo bicchier
E che la pace sia con voi...


Neraal stava riprendendo a suonare, incerto, quando Fae si unì al bardo, accarezzando la sua lira con le mani delicate di un’amante, seguendo il testo di Neraal a tentoni, mano a mano che lo pronunciava.

Riempitevi, questo bicchier
E bevete, pensando a me
Io guarderò dai cieli, su,
E vi dirò "Salute a voi"


Neraal singhiozzò. Scosse la testa. Riprese.

Ed ogni amico che abbia mai avuto
È triste che io vada via
Ed ogni donna abbia mai amato
Mi chiede di restare qui
Ma visto che è giusto così,
Che io vada e voi no
Io me ne andrò, e vi dirò
Bevete un po' anche per me


Tutti si erano fatti più vicini. ora

Riempitevi, questo bicchier
E bevete, pensando a me
Io guarderò dai cieli, su,
E vi dirò "Salute a voi"


Il ritornello riprese, con più animo. Molti si erano uniti, sussurrando sottovoce. Persino Lady Yer si fece più vicina, mimando il labiale debolmente.

Ma visto che è giusto così,
Che io vada e voi no,
Io me ne andrò, e vi dirò
Bevete un po' anche per me
Riempitevi, questo bicchier
E bevete, pensando a me
Io guarderò dai cieli, su,
E vi dirò "Salute a voi"…

Neraal concluse con un ultimo, struggente accordo, la voce rotta dal pianto.
E vi dirò "Salute a voi"…

Tutti presero fiato, stringendosi attorno a Neraal, e Percy, che era più vicino a lui, gli gettò un braccio attorno alle spalle per sostenerlo. Erano piccoli gesti, ma servivano. Servivano sempre.

Poco distante, Pif teneva per mano Fringilla, e guardava Lady Yer incedere nel gruppo. Si affiancò a lei, austera, eppure caritatevole. Non posta sopra scranni, ma al loro livello. Al passare della donna, Pif seguiva con incedere incerto, ancora dubbioso per i trascorsi, ma vedendo in Lady Yer una luce umana, compassionevole. Il marchio sul viso della Lady era forse la cosa più stupefacente- Pif realizzò che, pur non avendo obbligazioni di sorta, ella si era tuttavia marchiata il viso di quel bianco così come dei servi e popolani avevano fatto. Lo gnomo si trovò quasi a tirare la mano di Fringilla mentre seguiva la donna vestita a lutto, che guidava il corteo più vicino alla nave. Una ventina di metri distanziava ora il gruppo da Istvaan. Persino Erad era smontato dalla guardia, per unirsi ai convenuti.

Druilia assaporò il silenzio amaramente. Si girò verso il gruppo, e ciascuno di coloro che avevano parlato sorrise con assenso alla propria signora. La donna si girò verso Percy, osservandolo con fare inquisitorio. Non aveva parlato.
Percy la guardò di ritorno.
Persino in quella lastra di impassiblità che era di solito il viso di Percival, lady Yer intravide una frustrazione e una colpa che non potevano essere descritti- quella colpa che anche lei sperimentava.
La colpa di chi avrebbe voluto conoscere meglio alcuni dei caduti, per poterli elogiare al loro funerale.
Percy distolse lo sguardo, stringendosi nel manto di pelo nero.
Lady Yer assaporò suo malgrado quel sapore dolceamaro. Per un attimo, temette di non riuscire a parlare- sapeva che qualsiasi suono sarebbe uscito dalla sua gola sarebbe stato rotto e inconsulto.
No. Doveva essere forte per loro.
Respirò a fondo.
Poi, lentamente, molto lentamente, parlò.

“Il Cartello Damascato ha dato il suo saluto a Doric. L’Incudine d’Arcanite ha dato il suo commiato a Bazok. La Legione Dorata saluti ora Slade e Albert, se lo desidera.”

Improvvisamente, Istvaan fu strappato alla realtà da un senso di vertigine obnubilante. Il suo cuore prese a saltargli nel petto, rimbombando come un tamburo nei timpani- il fiato si fece corto, le gambe tremanti. La sensazione di vomito e vertigine aumentarono come un pozzo riempitosi con l’oceano, mentre le mani divenivano fredde e tremanti. Improvvisamente, si accorse di non poter fare il suo dovere.
Quel nodo di fronte a lui era fatto di canapa fragile, non ben attorcigliato, un filo tagliabile con un fendente di spada ben portato.
Ed era tutto quello che ancora teneva i suoi amici in questo mondo.
Quel filo, come la mano di un infante, si aggrappava al ferro che reggeva la nave sullo scivolo, in pendenza, per non farla inghiottire da quel mare infido.
Istvaan non poteva tagliarlo.
Era tutto quello che ancora teneva i suoi amici in questo mondo.
Sarebbe stato un atto blasfemo reciderlo.
Prima che se ne accorgesse, Istvaan era sulle ginocchia, puntellato sulla spada inutilmente, aggrappato ad essa.
Ringhiando fra i denti, “Stupido, stupido Slade… che diamine ti è saltato in mente… “ sibilò fra i singulti, e poi “Tu e quello scavezzacollo di Albert.. DANNAZIONE!”
L’urlo echeggiò sul mare come una improvvisa esplosione. Tutti si volsero verso Istvaan, preoccupati. Qualcuno fece per sporgersi verso di lui, ma tutti vennero fermati da una lunga spada, messa di piatto fra loro e il legionario. Erad si era erto fra loro e il Capolegione.
“Perché, diamine, PERCHE’?” disse Istvaan, ancora chinato, mentre le lacrime si raccoglievano in cerchi bagnati sulla sabbia. “Perché siete stati così idioti, cribbio! Avevate ancora tanto da vivere, voi due! Potevate fare grandi cose! Potevate fare cose incredibili! INCREDIBILI!”
Mentre ancora stava pestando il pugno sulla rena, Istvaan sentì una mano corazzata sulla spalla.
Erad, con calma impassibile, lo prese per le spalle, aiutandolo a rialzarsi, e lo guardò negli occhi, dicendo solo “Istvaan… le hanno fatte.”
Prima che potesse accorgersene, Erad lo stava abbracciando.
Il capolegione, scosso ancora dai singhiozzi, sussurrò, affondando la faccia nel mantello di Erad.
“Sir Erad… erano i miei amici. La mia ciurma… io non ce la faccio… a tagliare quella corda. Non ce la faccio a lasciarli andare… non ce la faccio.”
Di nuovo, sulle spalle di Istvaan si posarono delle mani. Neraal e Percy. E sulle loro, quelle di Ardanyan. Di Fae e di Fringilla, che a sua volta teneva per mano Pif. E sulle spalle di Erad, le mani di Aurelio La Torre e di Druilia Yer.

“Non devi farlo da solo.”

Lentamente, i membri del Patto si schierarono di fianco alla scialuppa. I gabbiani e le folaghe si alzarono in volo quando i pochi convenuti si puntellarono alla piccola barca, e guardando al Capolegione. Uniti nello sforzo, nobili e popolani, vesti di broccato e di lino grezzo, armature e camici da lavoro, fabbri e guerrieri, uomini, elfi e gnomi. Membri del Patto.
Istvaan sorrise- il mondo sapeva riservare ancora delle sorprese incredibili.
Ripose la spada, e svolse il nodo che reggeva la scialuppa, lentamente, dosando i movimenti. Poi, così come un padre che lascia la mano del figlio, fece sì che la corda gli scivolasse via dalle mani.
La scialuppa prese peso sotto le spalle dei convenuti, iniziando lentamente a scivolare verso il mare.
Istvaan corse ad aiutare i suoi colleghi nel puntellare la barca per farla scivolare in acqua.

Poco dopo, erano tutti in acqua fino alle ginocchia. La barchetta scivolava veloce nella cala, in balìa delle onde. Nessuno parlava.
Lady Yer, ignorando le onde che frangevano la schiuma sul fronte del suo vestito di broccato, si volse verso Percy.
“Sai cosa fare, Percival.”
Un cenno di assenso, e il giovane dai capelli grigi si levò l’arco di tracolla. Presa una freccia, ruppe sulla punta stopposa un’ampolla, facendo infiammare all’istante l’estremità.
Tese l’arco con grande sforzo, puntandolo sulla barca- anche col vento e le onde, Percy non avrebbe mancato il bersaglio.
Sibilando nel cielo mentre si infiammava, la freccia divenne una striscia luminosa contro il cielo grigiastro di quella mattina- una cometa fischiante che atterrò quasi incospicua sulla barca- facendo incendiare gli olii essenziali.
In un lampo abbagliante e un suono di risucchio, la scialuppa prese fuoco, brillando come un sole sfolgorante sulle onde in tumulto.
Percy sentì una sola lacrima affacciarsi all’angolo del viso.
“Addio, amici. E’ stata, comunque, una grande avventura.”
Il gruppo stette a vegliare, nell’acqua gelida, mentre il fuoco baluginava sui loro volti.
Stanchi, provati, rigati da lacrime e battuti dal vento marino.
Ma finalmente sorridenti.


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Nonostante fosse stata svuotata da ogni suo altro avventore, e due nerborute guardie del Patto d’Acciaio montassero guardia alla porta, la locanda del “Maiale col Flauto” era arricchita di suoni gentili, fra il tintinnare dei bicchieri e lo scoperchiarsi dei vassoi- vi era un senso di serena convivialità, mentre i membri del Patto, ancora fradici fino ai polpacci, desinavano in tranquillità. Un ricco arrosto era posto intorno al tavolo, laccato con burro e chiodi di garofano, e il profumo di carne scottata e polenta di mais emanava una fragranza confortante, un profumo semplice ma al contempo ricco che riscaldava l’ambiente. Di fronte al grande camino ruggente, erano messi diversi calzari ad asciugare- stivali di vacchetta, eleganti calzari di velluto, schinieri di ottone, parastinchi di cuoio imbottito. Un bizzarro assortimento.
Più bizzarro ancora era il capannello di colleghi radunato attorno al tavolo.

Attorno allo stesso tavolo, sotto al quale erano state poste coperte e scaldaletti ricchi di braci calde, una scalcinata mezza dozzina di persone stava sorridendo, alla fine. La luce filtrava pallida dalle finestre piombate, in diverse sfumature di rosso e blu, dando alla scena un aspetto surreale e insolito. Del resto, era insolito vedere due nobili al tavolo con così tanti popolani. Ovviamente essi erano ai rispettivi capotavola, ad una giusta distanza, ma erano comunque vicini ai loro uomini.
Vi era un lesto andirivieni, in mezzo a tutto quel ben di dio- ciotole di patate al forno che passavano di mano, salse allungate al capo opposto del tavolo, vino versato nei calici e birra bevuta a grandi sorsi. Vi era chi mangiava a sazietà, chi tentava si Erad con boccali pieni che lui prontamente declinava, chi degustava il suo pranzo come un dono inatteso e felice.
Tutti sorridevano ora- persino Lady Yer, insolitamente rincuorata da quella visione.
Poi, come scossa da un incantesimo, Neraal ruppe quel chiacchericcio facendo tintinnare il suo bicchiere con il coltello. D’un tratto “Colleghi stimati, grazie per aver partecipato oggi.” disse l’elfo, con serena grazia- “Oggi abbiamo ricordato i nostri compagni. Teneteli vivi nella memoria, amici. E ringraziateli per aver condiviso la loro strada con noi.”
Tutti tacquero, sereni.
“E’ questo il tempo in cui ci stringiamo ai nostri cari e fidati. Supportatevi a vicenda, Eccellenti. Il Patto fiorisce quando Voi fiorite, e prospera quando Voi prosperate. Rendete fieri questi benevoli nobili che vegliano su di noi, e siate loro leali, in modo da rafforzare i legami che ci uniscono. “
Rise, e poi alzò il calice.
“Iniziano i giorni della nostra fratellanza, colleghi!”
Poi, tendendo il bicchiere prima in direzione di Aurelio, poi verso Druilia, in un arco sorridente-
“Siano benedetti.”
Un coro roboante di incitamenti si levò dal tavolo tutto. Persino Lady Yer si permise di alzare il bicchiere, con un ampio gesto. Le risate, lentamente, cedettero il posto a una nuova risolutezza, corroborata da nuove consapevolezze di fraternità.

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Era ormai pomeriggio inoltrato, quando anche Lord La Torre, aiutato da Fae, si rediresse verso la sua abitazione. Lady Yer, china sui suoi ultimi appunti consultati a lume di candela, occasionalmente rabboccava il suo boccale con birra di malto. Il tavolo era disseminato di ogni sorta di leccornia avanzata, a questo punto- era peccato sprecare quel cibo, ma qualcosa per annaffiarlo serviva.
Fringilla aveva preso sonno contro una colonna mentre riordinava l’attuario e la lista di reagenti, e Ardanyan era finito ubriaco sotto il tavolo un paio di ore prima, dopo aver esternato un suo dubbio in merito alla possibilità che gli scorpioni vedano le aragoste come sirene. Lo si poteva ancora sentir russare.
Percy era rimasto uno dei pochi coscienti, e stava appuntando a sua volta alcuni dettagli, quando d’un colpo si alzò e fece per congedarsi.
“Bene, mia signora, io comincio il turno da Ermanthe fra due ore, sarà meglio che mi diriga verso la Fonderia.” Disse il ragazzo dai capelli bianchi, spazzandosi il lungo cappotto dalle briciole. “confido che i Vostri uomini di guardia appena fuori la sala, e il nostro prode fabbro siano più che sufficienti per garantirvi una buona scorta. “
Passò un secondo di silenzio, poi sia Percy che Lady Yer lasciarono trapelare una risata mezza soffocata, per evitare di svegliare Ardanyan. Era stata una giornata strana.
Una volta raccattati i suoi averi, il giovane fece per andarsene- fu allora che si bloccò.
Lentamente, si pose in una genuflessione di profondo rispetto, chinato sul ginocchio destro e col pugno a terra.
Lady Yer rimase perplessa dall’azione del ragazzo- la giornata aveva assunto un tono informale, sereno e finanche dimentico delle formalità nobiliari- perché si inchinava ora?
“Chiedo permesso di dire un ultima cosa… liberamente.”
Druilia posò la sua lente da lettura e assunse una posizione più compunta. Non gli piaceva quando il ragazzo assumeva questo tono formale, di solito significava brutte notizie.
“Parla pure, Percival. “ disse lei, il tono fermo, ma non necessariamente gelido.
Prendendo fiato, e sempre tenendo lo sguardo a terra, “Quell’espressione che ho visto prima… prima che Neraal ci facesse brindare… io la conosco. E quell’espressione sarà una cattiva medicina.” disse il ragazzo.
Druilia sentì subito una fitta di stizza- un popolano gli stava facendo le pulci su come si dovesse sentire?
Poi si ricordò alle sensazioni provate nel vedere ora nuove persone fidate, ora che ne avea perse tante.
E gli sovvenne un dettaglio.
Quel ragazzo dai capelli bianchi, che lei aveva scovato in una prigione, quel ragazzo scosso da febbri notturne e quasi sempre in refuso di diverse ore di sonno… non parlava mai della sua famiglia. A ripensarci, non sapeva nemmeno il cognome di quel ragazzo.
Per un attimo, Druilia provò a scrutare oltre le arcate sopracciliari della testa chinata di Percy. Il ragazzo era ancora visibilmente scosso.
Non era il pensiero di cosa Percy potesse aver perso, che fece riflettere Druilia. No, essa lo studiò e vide le stesse mani con le nocche strette e bianche, come le sue. Gli stessi respiri frammentati e irregolari. Dettagli impercettibili che gli fecero capire una cosa importante- Percy si sentiva esattamente come lei.
Aveva paura di perdere quelle persone che gli si erano riavvicinate.
La sola differenza era che, oltre a loro, a Percy non rimaneva null’altro.
“Mia Lady di Yer, vi è un sinistro veleno nell’indugiare sui cattivi pensieri. Un umore sulfureo che consuma da dentro. Vi prego di astenerVi dal ponderare cattive cose- per il Vostro bene. E per il mio, di conseguenza, si sa mai che qualche santone della chiesa decida che debbo spender la notte al gabbio e abbia bisogno di nuovo di una lady misericordiosa.”
Druilia osservò il ragazzo. Si puntellò mollemente a un braccio, sbottando in una risata accondiscendente. Perdinci, quell’avanzo di galera aveva non solo la vista lunga, ma anche le parole giuste per scuotere qualcuno dai cattivi pensieri.
“Grazie, Percival. Se è tutto, ci vedremo nei prossimi giorni. Buon lavoro.” Aggiunse la nobile, con un tono indecifrabile.
Percy si alzò, sempre mantenendo la testa genuflessa. Per un attimo, la folata d’aria fredda della porta spazzò la stanza con un refolo gelido che portava odore di taverna… e ferro misto a cordite, stranamente.
Prima che chiunque potesse storcere il naso, Percy era uscito.

Silenziosamente, in quella stanzetta calda, al tramonto, Druilia si rimise a scrivere. Anche se non aveva molto altro da fare, non voleva lasciare quella stanza.
Sorrise.
I suoi colleghi se ne erano andati, certo, ma quel nuovo tepore non l’aveva ancora lasciata.

Sentrem

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