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La Promessa - Lady Mairi Warfer e Lord Kvartal Hierko

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Messaggio Da Sentrem il Lun Feb 11 2019, 22:47

Raaka 19° giorno XX mese Anno 1318

Un vento freddo, proveniente dai Monti Kogar soffiava dritto su Raaka quella mattina. Umido di pioggia, con lo stesso odore delle nuvole scure che si erano addensate nel cielo e che minacciavano tempesta. Dalle porte del villaggio si riuscivano a vedere le cime degli alberi della foresta di Torrach agitarsi con vigore.

Persino sopra il rumore del vento stesso era possibile sentire il frastuono delle tende vibrare sotto quella manifestazione della natura. Da nord, inarrestabile, silenzioso e controvento giungeva un muro nero di nubi. Ai margini della foresta, alcuni tribali rientravano dalle battute di caccia, passando di fronte al piccolo casolare ottagonale al cui ingresso, gli stendardi Hierko e Warfer sventolavano animati.

Una giovane donna, con pitture tribali sbiadite sul viso osservava in silenzio i rami mossi dal vento.

“Quelle nuvole sono sempre più vicine. Credevo che ce le fossimo lasciate alle spalle in mare.”

Esclamò in tono serio prima di avvicinare entrambe le mani al viso e soffiarci sopra per scaldarle.

“Non mi piace come si stanno mettendo le cose.”
Lo spiazzo appena fuori dall’edificio di legno da dove era uscita Mairi si era riempito di foglie morte che mulinavano attorno a lei. Dalla porta appena dietro lei uscì una figura ammantata di una nerissima pelliccia ormai logora.

“Si sta avvicinando la fine di questa Era, giovane umana. Non avremmo dovuto lasciar entrare degli estranei ai Monti Sacri e probabilmente verremo spazzati via insieme a tutti i Fargan per questo. L'affronto che abbiamo arrecato nelle dimore di Gùreg a Nord, oltre i mari, vale ben oltre una strigliata. Sentiremo la sua voce così fragorosa che persino il Grande Macigno potrebbe spostarsi.

Gli Dei si sono infuriati per le scelte sbagliate che abbiamo intrapreso e ci stanno avvertendo.”

Disse lo Hierko.
“Parli come mia madre.
Anche lei è della tua stessa identica opinione. Che verremo puniti per qualcosa che abbiamo fatto.”
Gli occhi della tribale si spostarono seri in direzione dell’orco.
“Sei davvero convinto che tutta la verità si nasconda dietro qualcosa che è stato fatto da noi?”
Il suo tono di voce cominciò a farsi più enigmatico, tanto che Kvartal si voltò verso di lei sorpreso poggiando una mano sulla ruvida ringhiera di legno.

“Se invece la questione fosse sopra le decisioni prese da chi era presente durante le nostre spedizioni ed abbia avuto origine prima ancora che mettessimo piede sui monti Sacri o nelle terre oltre il mare?”

“Se intendi quelle scorribande Fargan di decenni fa a Nord, potrei darti ragione. Ma ai Kogar nessuno aveva più messo piede da secoli. La colpa è nostra.”
Disse l’orco, guardando in direzione delle sacre vette innevate rimembro di chi non c’è più.
“E’ di secoli fa ciò che ci ha portati lì. Da troppo tempo crediamo a ciò che ci è stato tramandato e raccontato senza cercarne la verità. Ma i racconti vengono dimenticati o cambiati dalla bocca di chi li racconta. I Fargan fanno lo stesso con la loro di storia.”

Seguendo lo sguardo dello Hierko, la tribale si soffermò ad osservare le stesse cime prima di scuotere la testa e dare le spalle agli alberi con un’espressione cupa in viso.

Il vento, soffiando più forte che mai, cominciò ad alzare abiti e mantelli, gonfiando gli stendardi delle due casate e facendoli agitare all’unisono, tanto da farli quasi sembrare vivi. La luce che li colpiva si tinse di argentato e il tempo rallentò solennemente. Orco e Umana si guardarono.

Egli disse:
“Credo che questo sia il momento adatto per creare una storia degna del nostro popolo, distaccata dal passato oscuro e dai suoi misteri, rivolta al futuro della tribù, con o senza Fargan.”
Le zanne si muovevano ad un ritmo lento e cadenzato da un misto di timore reverenziale e sicurezza guerriera.
“Devi promettere con me, piccola Mairi. Se arriverà la furia degli Dei resisteremo e ci proteggeremo, rinasceremo e ricostruiremo, diventeremo più forti e un bel giorno potremo vedere i nostri figli liberi nei prati delle colline ai piedi dei Kogar.”

L'umana annuí lentamente senza parlare, passando lo sguardo per un momento ai pochi tribali che si spostavano ai margini della foresta per allontanarsi e trovare riparo dall'iniziale avversità del clima. Le mani, si contrassero contro la stoffa bianca del proprio abito.

“Dobbiamo promettere ora, Mairi.”

A quel richiamo la tribale tornó a voltarsi verso Kvartal. Le labbra, tese, si rilassarono in un accenno vago di sorriso “Ci vorrá tempo; ma è una promessa che posso fare”
L’attimo dopo, come tutto era iniziato tornò a placarsi piano, mentre al suolo cominciavano a cadere le prime gocce di pioggia.

Non dissero nulla e tornarono all’interno della costruzione di legno scaldata dal fuoco le cui fiamme, ardevano perenni e vive, all’interno di un braciere intagliato nella pietra posto centralmente all’unica stanza esagonale. Alcuni oggetti rituali erano stati posti in alto su apposite scansie che pendevano dal soffitto.

“Siediti giovane umana” disse l’orco “ho ancora del tempo e voglio utilizzarlo per questo.”
L’orco allungò la mano, in alto, a raggiungere un recipiente metallico vuoto, bucherellato e dalla forma ovale.
Lo prese e si sedette con l’umana a gambe incrociate su dei sottili tappetini ai fianchi del braciere, appoggiando il recipiente sul fuoco.
Mairi estrasse il suo pugnale d’osso dal proprio fodero e porgendolo all’orco soggiunse piano “Spero non sia vincolante a chi appartiene il sangue, perchè temo di non averne più nelle vene che mi appartenga”.
“Ma quale sangue piccola Mairi, devi rinunciare ad altro oggi.” disse interponendo la sua mano ruvida tra il coltello e la mano dell’umana. Con l’altra mano prese un piccolo contenitore colmo di linfa, acqua e aromi e lo verso sul recipiente. Subito la sostanza a contatto con il metallo caldo e poi con il fuoco brillò di un fumo chiaro.
Kvartal prese il coltello dalle mani di Mairi e cominciò a recidersi una alla volta le grosse trecce nere della nuca tenendole in mano.
“Continua tu” disse.

Dopo un momento di esitazione la tribale prese tra le dita il pugnale che l’orco le stava restituendo. L’altra mano nel frattempo, afferrò l’unica treccia che raccoglieva i lunghi capelli castani, ponendo il pugnale alla base della nuca.

“Ricresceranno e ci ricorderanno di come abbiamo cominciato e dove siamo arrivati” disse l’orco. Un veloce mormorio precedette il suono delle ciocche che venivano recise tutte assieme.

Rinfoderando il pugnale, la tribale sollevò la mano che stringeva la treccia recisa come anche Kvartal coi suoi capelli spessi.

Gli sguardi dello Hierko e della Warfer si incrociarono di nuovo, mentre reggevano entrambi le proprie ciocche di capelli sopra le fiamme per poi aprire le mani e lasciarli volare a vuoto tra le fiamme.

“Ci ho creduto, ci credo ancora e ci crederò sempre”. Dissero assieme.



Raaka 20° giorno XX mese Anno 1318

L’alba scura si era appena alzata. Poca luce filtrava dalle nuvole, che sempre più nere, aleggiavano sopra la foresta e la città tribale. Pochissimi abitanti cominciavano a lasciare le proprie tende per iniziare ad affrontare il clima rigido dell’inverno che avanzava.

In prossimità delle porte di Raaka, un cavallo con in sella un uomo sostava immobile, nell’attesa che le due donne non lontane da lui finissero di discutere. Una madre reggeva tra le braccia un grosso fagotto, la cui stoffa lasciava intravedere all’interno qualcosa di metallico, che passò in mano alla figlia e proprio nel momento in cui la discussione sembrava farsi più accesa, troncò le risposte dell’altra assestandole un sonoro schiaffo in viso.

Ci fu un momento di stallo tra l due e di fronte alla mancanza di una reazione da parte della figlia, la donna scoppiò in lacrime.

Tenendo sotto braccio il fagotto, la tribale abbracciò la madre a lungo prima di aiutarla a salire a cavallo dietro l’uomo. L’animale a quel punto venne spronato a partire e cominciò ad allontanarsi da Raaka al galoppo, sparendo presto alla vista.

Mairi, con la guancia ancora rossa per lo schiaffo, rimase ferma a lungo ad osservare il punto dove già era sparita la cavalcatura con in sella i due ospiti. Successivamente si voltò per incamminarsi verso l’interno della città tribale e incrociare solo a quel punto lo sguardo di Kvartal in partenza per Duthaich.

L’espressione fredda e seria della tribale si distese in un cenno di saluto ricambiato dallo sguardo più fiero e solenne che un orco potesse mai fare. Un sorriso si distese sulle labbra di Mairi. Voltandosi in direzione opposte si diedero l’arrivederci passando entrambi una mano sui capelli.




Duthaich 22° giorno XX mese Anno 1318


Faceva un gran freddo sulla via del ritorno e i passi dell’orco schiacciavano il terreno brinato di fine inverno. Il suo respiro congelato e stanco era rinforzato dalla determinazione che un breve ricordo nella sua mente gli concedeva: la calda fiamma del camino e la sua famiglia.

Ormai riconosceva gli alberi e le pietre man mano che si avvicinava ed il viso riprendeva colore in un’espressione di commossa gioia. La sua più lucente felicità e la sua più profonda tristezza risiedevano in quella casa. Ora la vedeva.
La dimora sulla collina era avvolta nelle nebbie di Duthaich che solitamente partivano dal grande fiume e salivano arrampicandosi per i lievi pendii erbosi. In quel periodo dell’anno persistevano anche per giornate intere e gelavano ogni cosa sulla quale si posassero.
Kvartal dai piedi pesanti stava tornando a casa dopo molto tempo.
Da lontano delle urla esaltate risuonarono ovattate. Assieme ad esse un corno suonato da chi non ha il fiato per farlo durante una corsa. Il frastuono che provocavano le due piccole figure verdi era bastato a far fuggire tutti gli animali della collina.
“E’ tornato! E’ Tornato!” urlavano i suoi figli correndo veloci verso di lui. “Pheeeh!” risuonava il corno. L’orco gettò tutto a terra e dopo un urlo e due pestoni corse verso i due.
Morvik ed Askvoll si lanciarono sul padre che li prese al volo e insieme girarono per tre volte.
Un piccolo orso verde li osservava in quel bel momento.


Le poderose travi di legno reggevano le centinaia di candele mezze fuse che adornavano la grande sala col focolare. Lo scranno di Bjorne era ancora adorno della pelliccia bianca, quasi fosse stata posta là da poco. Il sangue era stato ripulito ma ingialliva alcune zone rendendole dorate. Kvartal si limitò a toccarne il pelo e stringerlo forte tra le dita.
Dinnanzi a lui, ben visibile ma fino ad allora nascosto vi era Vikar Hierko, immobile.
“Bentornato sangue del mio sangue.” disse. “Ho atteso qualche giorno nella tua dimora accanto ai miei nipoti e con i ricordi di mia figlia. Desidero molto parlare con te.”
Kvartal lasciò la pelliccia bianca e si inchinò. “In effetti, zio, era ciò che speravo. Ho viaggiato distante, ho conosciuto luoghi mai visti e incontrato molti esseri. Alcuni amichevoli, altri no. Ho sofferto e dopo aver combattuto ho perso la fiducia. Stanno giungendo da nord le ombre della furia degli Dei. Non sono sicuro chi l’abbia causata ma piomberà su di noi furiosa.”
Vikar si fece serio in viso e un’espressione di rabbia rabbuiò il suo sguardo. “So già tutto. So anche della tua promessa con i Warfer. Ciò di cui voglio discutere con te riguarda il nostro futuro, come famiglia, come casato.”
Un velato sorriso d’intesa colpì i due orchi, fieri più che mai di essere degli Hierko.


Tirava un vento forte, la nebbia ormai era sparita, spazzata via da questo. Se gli alberi avevano ancora qualche foglia, quel giorno fù portata lontano.
Mite se n’era andato da pochi giorni, dopo aver terminato un’altra delle sue lezioni di spiriti a Morvik ed Askvoll. Kvartal ne era contento. Il piccolo Sigurd ormai camminava lesto e stuzzicava spesso l’orso verde nonostante non riuscisse mai a toccarlo.
L’orco era di nuovo a casa ed era felice ma sentiva il peso opprimente del mondo esterno premere su di lui e sulla sua terra natìa. Mancava un pilastro troppo importante della sua vita e sentì come un masso premergli sullo stomaco dal collo. Uscì di casa vestendosi di poche pelli sfidando il freddo della neve depositata il giorno prima. Con lui solo qualche accetta e l’ascia. Corse nel bosco per ore fino a che ritrovò una radura che conosceva bene. Prima di partire per le terre degli Dei, si rifugiava qui per pregarli e chiedere consiglio. Un luogo piacevolmente calmo e rilassato, quasi mistico dove il tempo concedeva l’allungarsi dei minuti a dismisura, immersi nel silenzio.
“Gureeeeeeg!!!” Urlò. Con tutta la forza che disponeva lanciò una delle sue accette che roteando si piantò tanto a fondo nel tronco di una betulla da sbucare dall’altra parte. Altri gridi affranti uscirono dalla sua bocca tanto da far tremare le zanne. “Gureeeeg!! Sono giunto fino alle porte della tua dimora e non m’hai degnato di risposta! Mai mi hai dato l’opportunità di riportarla a casa!!! Ridammi Bjooorne!!! ” Da lì a poco, animato da una nuova forza, abbattè tutti gli alberi che riuscì fino a sfinirsi continuando ad inveire contro il suo Dio e antenato. Un tale devasto non avrebbe potuto compierlo neanche un manipolo di troll impazziti. Lanciò le pelli che lo coprivano e rimase a petto nudo urlando ancora: Maledeeetto!!! Si scagliò contro i tronchi a terra distruggendoli con la sua ascia e infine cadde disteso a faccia in giù in mezzo ai trucioli e ai frammenti di legno chiaro.
Passò del tempo ed egli non si mosse. Continuò a respirare tra quei resti ad occhi chiusi, divenendo pian piano parte della radura, come un cadavere reclamato dalla terra, finchè la lieve neve, che fluttuava nel cielo in quel momento, cominciò a coprirlo con un lenzuolo di pace.
Una voce da dietro uno degli alberi che erano stati risparmiati dai colpi ruppe il silenzio che si era ricreato nella radura mistica. “Padre.” La voce si avvicinava sicura ma non minacciosa. “Alzati Padre. Torniamo a casa”. Era Morvik, suo figlio a parlare, dopo essersi tenuto distante per tutto il tempo che serviva a Kvartal.
Lo Hierko aprì gli occhi e subito un fischio continuo ma ovattato lo rese sordo a quanto successivamente disse il giovane orco.
In quel momento furono i gesti a far capire quanto realmente quell’attimo fosse importante per la vita di entrambi. Un padre e un figlio.

Sulla via del ritorno ormai il muro nero era alle loro spalle, silenzioso e imponente. Alcuni fulmini ne decoravano la cresta ancor più nera. I passi dei due orchi erano comunque lenti, come se stessero passeggiando in una giornata piacevolmente soleggiata. Kvartal aveva una mano sulla spalla del figlio e Morvik sorreggeva il padre.

Lord Kvartal Hierko parlò:
“Gli Dei.. gli Dei sono nei nostri cuori, Morvik. L’ho capito. Assieme a loro ci sono i tuoi avi, assieme a loro c’è tua madre Bjorne, severa e splendente. La loro forza ci accompagna anche se non li vediamo. Saranno sempre con noi e noi saremo sempre con la nostra gente. Dovrai difenderla perchè loro sono la tua famiglia e la famiglia è la cosa più importante. E’ ora che ti insegni ad usare queste.” disse posando una mano sulle accette da lancio che portava alla cintura mentre dietro alla collina compariva casa Hierko.

Il tempo improvvisamente tramutò in buio lasciando soltanto lo sprofondare dei passi caldi sulla neve.



Raaka 7° giorno XXI mese Anno 1318


Il pianto di un bambino rompeva l’ululato del vento che andava via via placandosi. Il freddo ancora calava, ma ogni tanto concedeva qualche attimo di respiro e tra le case che ancora erano rimaste in piedi si poteva vedere alcuni pennacchi di fumo alzarsi. Alcuni tribali si aggiravano per i resti di quell’angolo di Raaka cercando di recuperare il salvabile o solo per scaldarsi attorno ai piccoli falò accesi.

Un piccolo gruppetto composto da un nano, un orco ed un paio di uomini erano impegnati a discutere mentre sgomberavano i resti di alcune tende da rami spessi che erano stati spinti dal vento fino a lì.

Ad uno degli angoli di una Raaka in ginocchio per colpa dell’inverno, un uomo osservava in silenzio il proprio figlio, tenuto tra le braccia di una donna.

Il bambino veniva fatto dondolare lentamente, ma non accennava a calmarsi.

“Continua a piangere dalla notte scorsa” la voce dell’uomo era stanca mentre parlava “lo sto’ tenendo al caldo, ma non basta”.

La donna di fronte a lui annuì piano, avvicinando la punta dell’indice alle labbra del piccolo. A quel gesto, il bambino smise di piangere un solo momento, agitando la testa per afferrare il dito e cominciare a succhiare avidamente. Il visino arrossato e caldo per il continuo piangere si rilassò per pochi istanti.

“Ha fame” un leggero sospiro interruppe le parole della tribale che passò ad osservare con occhio critico l’aspetto dell’uomo “E non credo nemmeno sia l’unico. Voi e vostra moglie avete mangiato negli ultimi giorni?”

“Lady Warfer … mia moglie è …” la voce dell’uomo si incrinò senza che fosse in grado di terminare la frase. Ma alle loro spalle qualcun altro finì per lui.

“E’ morta questa notte. La febbre se l’è portata via e finalmente direi”

“Come?”

L’anziano, seduto accanto ad un focolare acceso e circondato da qualche altro tribale osservava con sguardo arcigno il trio a pochi metri di distanza.

“Avete sentito benissimo quello che ho detto. La moglie di Thoras era una Fargan, come quelli che ci hanno attirato addosso questa dannata tempesta.” Uno dei tribali vicino all’anziano tentò di dargli un colpetto sul braccio intimandogli di abbassare il tono, ma l’altro non dandogli retta alzò nuovamente la voce. “Chissà che diavoleria hanno combinato oltre il mare per aver offeso in questo modo gli Dei”.

“Qui l’unico che sta offendendo gli Dei con le proprie parole siete voi. E vi invito a tacere, dato che al contrario di altri fratelli non eravate lì per giudicare l’operato del Gruppo d’Intervento ” Mairi scostò la mano dal viso del bambino avvolgendolo maggiormente nel proprio mantello prima di voltarsi del tutto verso l’anziano.

Il piccolo, privo della consolazione del dito tornò a piangere, cullato piano dalle braccia della donna. “O forse credete davvero, che una madre meriti di morire solo per l’appartenenza ad un popolo diverso dal vostro? La morte non guarda in faccia nessuno; qualsiasi sia il suo popolo o la razza di appartenenza”.

Alcuni tribali, attirati dalle voci si fermarono ad osservare in silenzio borbottando tra loro. Anche il gruppetto composto dal nano, l’orco e gli uomini sollevarono lo sguardo.

“I Fargan ci hanno attirato addosso questa sciagura” imbeccò nuovamente l’anziano.

“I Fargan, così come i nostri fratelli tribali, si sono battuti fianco a fianco perché sciagure più grandi non distruggessero completamente la nostra terra e tutta la nostra gente. Tanti sono addirittura morti per noi, quindi smettetela di sputare tanto veleno ed odio per nulla; a meno che non siate pronto a vedere una nuova guerra distruggere quel che resta della Tribù e i vostri fratelli, figli e nipoti morire per voi ed il vostro egoismo”.

Il silenzio calò nuovamente, rotto soltanto dal pianto del bambino, il rumore del vento e un leggero brusio da parte dei tribali che si erano radunati lì attorno. E’ proprio sulle presenze che si erano radunate ad assistere alla discussione che Mairi spostò lo sguardo, individuando tra loro Deepgash e Mircia.

“Io non ho intenzione di vedere altri fratelli morire in battaglia né per colpa della tempesta né per questo inverno” tenendo il bambino ancora in braccio si avvicinò nuovamente al padre di quest’ultimo. “Troveremo qualcuno che dia da mangiare a vostro figlio” e lanciando una lunga occhiata all’orco e al nano la donna accennò un leggero sorriso “Fidatevi di noi”.

Senza aggiungere altro si avvicinò ai due, rivolgendosi al gruppetto che si era radunato lì attorno.

“Anche se la tempesta ha messo in ginocchio la nostra gente, Apawi non ci ha lasciato senza risorse. Abbiamo un intera foresta che nonostante sia stata abbattuta può diventare il nostro nuovo inizio. Interi alberi, che possono diventare nuove case per i fratelli che hanno perso la loro. Ma c’è bisogno che lavoriamo assieme, tutti quanti. Non possiamo essere divisi dalla rabbia o dall’odio in un momento del genere”.

Un leggero borbottio si alzò tra i pochi tribali presenti, quando ad un tratto una voce femminile si fece sentire sopra le altre “Sono d'accordo. Non sarà questo momento di oscurità ad abbattere la tribù!”.

Gli sguardi dei presenti si voltarono verso la giovane ragazza dai capelli violacei che aveva parlato.

“Questo è lo spirito. Alcuni di noi hanno già iniziato a sgomberare gli alberi” la voce di Deepgash si alzò sopra il brusio generale “Potremmo formare un piccolo gruppo dei fratelli più forti per iniziare a trasportare alcuni dei tronchi caduti fino a qui e radunare quanta più legna asciutta possibile. Penso che un tetto sulla testa faccia comodo a tanti. Qualche volontario?”.

Thoras si fece avanti guardando il proprio bambino ancora tra le braccia di Mairi “Io sono pronto ad aiutare”. Dopo di lui altri due tribali che solo pochi attimi prima erano seduti vicino al vecchio si fecero avanti accostandosi a Deepgash.

“Andiamo forza, sfruttiamo le ore di luce che ci sono rimaste per cominciare” battendo la mano aperta sulla spalla di Thoras, l’orco iniziò a fare strada per dirigersi verso i margini della foresta.

Mircia, che fino a quel momento era rimasto in silenzio si lisciò la barba fissando con l’unico occhio sulla fronte il vecchio di poco prima. Quest’ultimo, forse indignato per essere stato messo a tacere si era alzato “Non resterò ad ascoltare sciocchezze simili. L’unica cosa che dovremmo fare è armar…” l’anziano venne interrotto all’improvviso e dopo un sussulto rotolò a terra iniziando a russare sonoramente.

Sotto lo sguardo sbigottito dei presenti Mircia stava rinfoderando il proprio pugnale con nonchalance “Qualcun altro ha qualcosa da dire?”. Lo sguardo passò su ciascuno dei presenti con attenzione, ma nessuno sembrò intenzionato ad intervenire.

“Com’è che ti chiami ragazzina?” disse il nano rivolgendosi alla ragazza dai capelli violacei

L’altra senza la minima esitazione fece un passo avanti rispondendo in tono pacato “Mi chiamo Hela”

“Beh, Hela, a quanto pare ci sono delle sorelle disposte ad aiutare senza esitazioni. Da dov’è che vieni?”

“Provengo da una cittadina qui vicino, ma non ho dimora fissa per ora. Comprendo i sentimenti che prova ora la mia tribù. La distruzione di ciò che prima era conosciuto come casa è un sentimento terribile. Voglio dare una mano il più possibile coloro che hanno perso tutto o quasi. C’è sempre speranza, non bisogna dimenticarlo”.

Il nano annuì “Ben detto” subito dopo si rivolse ai tribali rimasti “Chiunque di voi sia in grado di maneggiare un pugnale, una lancia o un arco venga con me. Se ci muoviamo attentamente potremmo trovare qualche animale che è stato costretto ad abbandonare la propria tana a causa del maltempo. Raduniamo tutte le risorse possibili nei dintorni e riportiamole qui. Se razioniamo con testa quel che abbiamo potremmo dare da mangiare a tanti fratelli. Tutto chiaro?”.

Mairi posò una mano sulla spalla del nano cercando di attirarne l’attenzione “Hela non è certo l’unica che proviene dai villaggi vicini. Forse altri fratelli hanno bisogno di aiuto”.

“Potremmo radunare qualche tribale veloce per esplorare i dintorni e cercare di capire dove si trovano i danni maggiori. Sgomberare le strade per i villaggi sarebbe già un buon inizio”.

Un tribale con il viso dipinto di bianco e nero si fece avanti tossicchiando “In effetti, a parte gli alberi caduti qualcosa si trova in giro”. Gli sguardi dei presenti si spostarono sul fratello tribale. “Basta sapere dove guardare”

“Gatto. Ottimo, raduna qualche altro tribale svelto. Ci serve più gente prima che cali il buio” l’unico occhio ancora funzionante del nano scrutò i volti dei tribali rimasti lì attorno con molta attenzione “Muoviamoci, non c’è tempo da perdere”.

Il nano prima di allontanarsi fece un occhiolino alle due presenze femminili, dopo di chè incitando i tribali a seguirlo con gatto si allontanò. Rimase solo l’anziano, ancora steso a terra, a russare accanto al fuoco. Nessuno sembrò intenzionato a premunirsi nel svegliarlo prima di allontanarsi.

Proprio allora il bambino, tra le braccia di Mairi riprese a piagnucolare con insistenza. Quest’ultima si voltò verso Hela, l’unica altra tribale che era rimasta, interrogandola con lo sguardo ed un espressione seria.

“Te la senti di unirti a noi?”.

L’altra ricambiò l’espressione annuendo con calma “Certamente. Non avrò tanta forza fisica ma di certo forza di volontà da vendere! Vi darò una mano in qualsiasi cosa utile.”.

“Ottimo, allora per adesso cerchiamo una madre disposta a cedere un poco di latte a questo piccino; poi direi di cominciare a radunare qualche altro volontario e andare a dare una mano anche noi due”. Dopo aver sospirato e avvolto maggiormente il bambino nel proprio mantello per proteggerlo dal freddo si voltò verso i pennacchi di fumo che si alzavano dalle tende sporadiche che già erano state rialzate.

“Come hai detto tu Hela; c’è sempre speranza. Dobbiamo rialzarci ed essere più forti di prima”.

Sentrem

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