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Il Lume della Speranza - Lord Aurelio La Torre

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Messaggio Da Sentrem il Lun Feb 11 2019, 21:25

Seawolk, Inverno 1318

La fiammella di un lume venne accesa, illuminando vari volti.
Fuori dalla stanza il vento impetuoso e la pioggia gelata soffiavano implacabili da settimane.
Dentro la stanza, vari volti guardavano Aurelio.
Fargan di Seawolk, elfi neri del porto, un’orchessa e un giovane elfo tribale che non erano riusciti a tornare in terraferma.
Più bambini che adulti.
E due nani.
Seduti vicini per scaldarsi vicino al focolare che veniva attentamente sorvegliato.
Alla luce delle braci del camino, e con la candela vicino a sé, Aurelio lesse di nuovo il racconto.
Come oramai faceva da quasi un mese.
“Un La Torre scrisse questo, cittadino del Ducato…”

Un mese prima Aurelio era tornato da solo a Seawolk.
Non aveva neanche avuto tempo di sistemare casa per lavorare d’inverno che la tempesta si abbatté sul Ducato.
Col mare impazzito e le navi impossibilitate a muoversi, e completamente separato dalla terraferma, corse subito ai ripari.
Andò dai magazzini per comperare scorte per l’inverno che si fece portare subito.
Usando prestanome e riscuotendo debiti di lavoro, riempì la casa di medicinali, cibi e legna per passare l’inverno.
Consigliava a coloro con cui aveva a che fare di prepararsi.
Diceva loro di aver già visto l’inferno.
E, dopo aver finito, si allontanava da solo.

Provò, mentre il vento concedeva una brevissima pausa, anche a visitare la tomba della moglie un’ultima volta.
Il cimitero era chiuso, inagibile.
Lì vicino, evitata da tutti, la casa di legno del becchino, guardiano del cimitero.
Quando provò a bussare una donna aprì la porta.
Una casa povera e mal riscaldata, un bambino dal volto smunto dalla fame.
L'aveva già vista qualche volta prendersi cura del cimitero.
Come altre volte allungò loro una moneta, rendendosi conto di non poter chiedere loro di badare alla tomba.
Probabilmente, non avrebbero passato l’inverno.
“Tenetela” disse la donna, stringendo la sua mano su quella del La Torre “ma permettete a nostro figlio di passare l’inverno da voi, per carità dei Tre”.
Aurelio li guardò nuovamente.
Il marito silenzioso che non interveniva per il bene del figlio, ingoiando l’orgoglio che gli rimaneva da capofamiglia.
Il bambino silenzioso.
Il focolare con poche braci.
Si rimise la moneta in tasca.
“Prendete tutto ciò che potete. Cibo, vestiti, e qualsiasi cosa si possa bruciare. Venite tutti e tre da me”

Due giorni dopo, sotto la forte nevicata che ghiacciava subito, li vicino un rumore di crollo.
Di fronte a casa sua il tetto della casa dei nani era crollato.
I fornai del quartiere, che facevano i biscotti e dolci per Aurelio e la famiglia.
Prima di sera una nana con la figlia, assieme a provviste e altro, erano da Aurelio in una delle stanze a piangere da sole.
Avrebbero passato anche loro l’inverno col nobile ma il marito, sepolto dal crollo, non ce la aveva fatta.
Il giorno dopo, con la tempesta sempre più forte che copriva le rovine e avrebbe reso impossibile il recupero del corpo, l’atmosfera in casa era triste.
Fu la piccola nana ad andare da Aurelio, chiedendogli se gli poteva raccontare una storia.
Tutti sapevano che Aurelio aveva delle storie. E ne serviva una per allontanare la paura.
E da quel giorno, ogni sera, lui la recitò.
“Un rintocco di campana, e un canticchio l’han svegliato…”

Il giorno dopo , affrontando un vento gelido, andò con la nana Bricla verso i porti .
Aurelio disse che doveva procurarsi delle altre provviste necessarie per l’inverno, ma gli serviva qualcuno per portarle.
Come se li potesse procurare, non venne chiesto. Era il suo lavoro.
Tornò con ben di più.
Una vecchia orchessa tribale esperta di arti mediche, e un giovane elfo suo apprendista.
Originari di Bhaile, erano venuti a Seawolk per lavoro ma la tempesta aveva loro impedito il ritorno a casa. Ora avevano finito i soldi per stare alla taverna, e stavano per essere buttati fuori quando Aurelio venne a sapere di loro.
Si erano già visti, facendo lo stesso tipo di acquisti da altri tribali per erbe e simili.
Per questo li accolse, disse. E perché un medico per l’inverno sarebbe servito a tutti.
Anche quella sera lesse il poema. Per portare coraggio.
“Non è un sogno questo incontro, tra gli spiriti voi siete…”

Passò una settimana, e in casa si aggiunsero altri tre.
Due bambine e un ragazzino, nipoti di Jeanne, la moglie del becchino.
Aveva chiesto ad Aurelio se poteva prendere anche loro. Sua sorella e suo genero se la sarebbero cavati da soli per l’inverno, ma in cinque non ce l'avrebbero fatta.
Il La Torre sapeva che nei casi peggiori delle famiglie avrebbero abbandonato i figli, per poter far vivere quelli che rimanevano.
Altre, come questa, si separavano dai figli per poterli mettere al sicuro in tempi pericolosi.
Per questo li accolse, e anche a loro fece passare la paura narrando.
“Nostro compito è guidare, ed esempio poi fornire…”

Tre settimane dopo stavano rinchiusi. Il focolare veniva seguito da Bricla, che razionava il legno.
Per avere meno da scaldare si cercava di usare meno stanze possibili, evitando due delle camere da letto. Con tutti coloro che si erano aggiunti che stavano assieme nella cucina e sala da pranzo.
L’orchessa e Jeanne badavano al cibo e il becchino, ripresosi dalla febbre, si preparava con Aurelio a uscire di nuovo al freddo per vedere se potevano trovare qualcos’altro.
Quando Jeanne gli chiese cosa andava a cercare di procurarsi, Aurelio non riuscì a rispondere.
Silenzioso, il suo sguardo vagò verso il corridoio, prima di parlare.
“I miei figli non sono qui. Forse posso aiutare quelli di qualcun’altro. Se posso, ora, devo vedere che tutto vada bene nel mio quartiere. Posso far avere alle persone quel che gli serve. E forse posso portare qui quelli che non hanno una casa.”
La donna guardò suo figlio e i suoi tre nipoti. Poi, aiutò i due uomini a vestirsi meglio, dando loro una benedizione prima di uscire.
“Tornate presto. E portate qui chi dovete. Come dite nel vostro poema,molti altri ancor vivranno, se poi voi li guiderete”

Mancavano un paio di settimane ai Giorni del Rinnovamento.
Il tempo era peggiorato. Ora le navi non avevano più possibilità di muoversi, con i moli ghiacciati.
Chiunque fosse così sciocco da avventurarsi fuori per procurarsi qualcosa sarebbe morto in fretta.
Chiunque fosse così stolto da rimanere in casa senza scorte sarebbe morto lentamente.
A casa di Lord Aurelio La Torre, la sua corte dei miracoli stava al sicuro.
Con le imposte sprangate e la porta bloccata da un muro di neve e ghiaccio gestiva come poteva l’eterogenea corte che si era procurato nella sua assenza di terre.
Diversi per culture e provenienza, cittadini devoti ad altri nobili o organizzazioni, erano uniti dal freddo a dai racconti del nobile poeta, che raccontava di un Ducato ben lontano da quello sconvolto dall'inverno.
Una corte in cui Aurelio e il becchino, giorni prima, avevano portato dei giovani elfi neri. Due bambine e due bambini.
Abbandonati dalle famiglie per le strade, quando si resero conto di non poter sfamare tutti.
Quasi assiderati, sebbene alcuni avessero perso delle dita, si stavano riprendendo grazie alle cure di Oghûk, l’orchessa.
Accanto al focolare, assieme alla legna vi erano delle sedie o altri mobili già fatti a pezzi per previdenza.
E tutti, guardando Aurelio illuminato dalla candela, lo stavano ascoltando.
Aspettando la fine della Tempesta.
Aspettando la fine dell’Inverno.
Aspettando la Primavera.
Aspettando di darsi da fare per il Ducato.
“Che la fiamma di speranza, anche se in oscuri tempi
s’indebolisce oppure spegne, sotto il giogo degli empi,
basteranno dei buoni e giusti, che con forza e volontà
stiano poi a reinfiammarla, per il futuro che verrà”

Sentrem

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