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Cinque rintocchi di campana - Lord Aurelio La Torre

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Cinque rintocchi di campana - Lord Aurelio La Torre

Messaggio Da Sentrem il Ven Mag 11 2018, 16:28

“Sono io la morte e porto corona
Io son di tutti voi signora e padrona
E così sono crudele, così forte sono e dura
Che non mi fermeranno le tue mura

Sono io la morte e porto corona
Io son di tutti voi signora e padrona
E davanti alla mia falce il capo tu dovrai chinare
E dell'oscura morte al passo andare”



“Ma ne sei certa?”
“Ma sì, lo sai che al La Torre piace raccontare storie. E ne ha parlato con Lala e Fae, le sue serve, e quelle lo hanno raccontato in giro”
“Ah, quindi lo hai saputo da loro. Ma non erano sue schiave?”
“No, no. Non da loro. Loro ne hanno parlato con altri, e lo ho saputo da mio cugino, che lavora come messaggero. E poi Fae adesso non è schiava. So che lavora nel Patto.”
“Comunque è una bella storia. Hanno subito belle batoste, quelli là, e si dice che sarà pure peggio, poi.”
“Già. Ed ora sembra che Lord Aurelio stia provando a scrivere un libro su questo sogno. Un messaggio degli Dei, dice”
“Degli Dei. Ma con questa storia, quali Dei?”

PRIMA DELLA CAMPANA
Pioveva, mentre scendevano tutti dai monti a fatica.
Aiutavano chi non ce la faceva più, e obbligavano chi non voleva più farcela.
Trasportavano i feriti su lettighe e su carri, con i medici spossati che continuavano a curarli.
Portavano con loro i corpi dei caduti, assieme alle loro armi, per restituirli alle loro famiglie.
Pioveva, e le gocce nascondevano le lacrime di Aurelio, che marciava a testa china vicino all’esile corpo di Hestia, dirigendosi con la lenta carovana ai piedi dei monti.

Di fronte alla casa degli Hierko, Aurelio rimase fermo a lungo di fronte ad essa.
Il capo chino, la schiena abbassata.
Si rialzò, allontanandosi, solo quando i Legionari vennero a prenderlo, seguendo il suo stesso ordine di non lasciare nessuno indietro.
Nel mentre, in silenzio e sotto la continua pioggia, un piccolo orco dalla pelle verde li guardava da una finestra.

Arrivati alla Frontiera, non si fermarono a lungo.
Congregati e Legionari, tutti sulla stessa strada, porsero i loro omaggi ai caduti, e salutarono i vivi.
In vari stavano male, febbricitanti e provati dalla stanchezza. Tra costoro vi era anche Aurelio, che comunque ordinò di proseguire con il minimo di sosta. Avevano i loro caduti da accompagnare.

A Sericum, lasciarono per l’ultimo saluto Hestia.
Il suo corpo, avvolto in un bianco sudario, venne riconsegnato alla sua famiglia in lacrime.
Il suo bastone dato in mano alla sorella da Ser Erad, il quale lo aveva portato con sè tutto il tempo.
L’anziano Lord Tiziano La Torre accolse tutti coloro che si vollero fermare per riposarsi, offrendo ospitalità e parole di conforto.
I congregati proseguirono, con i loro caduti. I Legionari si fermarono con Aurelio, caduto preda della febbre dopo aver riportato a casa per l’ultimo viaggio la giovane ragazza.
Venne sepolta nel cimitero di famiglia dei La Torre.
Sulla lapide,  “Hestia, che mai abbandonò i La Torre. Eroina del Ducato”.

Giunsero a Pinnacolo in tempo per i funerali. Per porgere l’ultimo dei saluti, in questo cammino, prima di tornare alla Fonderia.

MEZZANOTTE
Era pomeriggio quando erano infine arrivati alla Fonderia, dividendosi ognuno per la sua strada.
Aurelio e Fae tornarono a casa, dove vennero accolti da Lala e dai due figli.
Ed ora era notte.
Non riusciva a dormire, il nobile. Un bagno, una cena fatta malvolentieri, non lo avevano aiutato.
Il rivedere la famiglia lo riempiva di tristezza, al pensiero di doverli lasciare di nuovo.
Di doverli lasciare inutilmente, senza alcuno scopo o certezza.
E aveva paura ad addormentarsi.
Sulla scrivania, una lettera finita. L’inchiostro si asciugava lentamente nella calda notte.
Poi, dopo un altro bicchiere di vino (troppi bicchieri, ma non sufficienti a dimenticare), si lasciò andare, senza cambiarsi, sul letto.

Gli incubi tornarono. Gli incubi di Mu. La propria morte. La morte della famiglia. La morte e i tradimenti dei compagni.
Poi, il  fuoco. Un fuoco improvviso, mai visto prima, avvolse tutto, bruciando gli incubi improvvisamente, risvegliandolo al suono della campana della Chiesa della Sacra Mano del quartiere.

PRIMO RINTOCCO
Un sussurro, come qualcuno che canticchiava, riempiva la stanza da letto.
Alzandosi cautamente, Aurelio vedeva la figura seduta sulla sua sedia, che sorseggiava del vino costoso con lentezza e calma, al lume della luna che entrava dalla finestra.
Lo vedeva.
Le vesti eleganti, con macchie di sangue rappreso.
I biondi capelli acconciati con eleganza.
Il sorriso sardonico, mentre guardava di sottecchi il La Torre.
Il terribile squarcio nella gola.
Aurelio lo vedeva. Ma non riusciva a credere di avere di fronte a se Adrian Lux Victori, che lo guardava sorridendo e sorseggiando vino, mentre un sottile rivolo rosso gli scorreva sul collo.
“Ma.. voi, voi siete morto!” disse mentre lo guardava, immobile.
Adrian, scuotendo la testa, posò il bicchiere sul tavolino da salotto, alzandosi “E voi dite delle ovvietà, caro Aurelio. Ma non preoccupatevi. Nessun trucco di Arcidemone o della Chiesa, stavolta”.
Si avvicinò alla scrivania, prendendo la lettera e continuando a parlare mentre la leggeva.
“Un sogno, Aurelio. Scegliete voi se si tratta del mio ricordo che dovete lasciar andare, o del mio spirito venuto a farvi visita. Tanto non sarò l’unico questa notte. E, prendetevi del vino”
Con mani tremanti, Aurelio ne bevve un sorso. Con voce tremante, chiese “E cosa vorreste?”
Adrian lo guardò irritato, scuotendo il foglio “Dimissione dal Gruppo d’Intervento? Voi? Aurelio, direi che allora ha fatto bene a chiedermi di venire a parlarvi! Ora seguitemi” disse, prendendolo per un braccio e portandolo verso la porta della sua camera.
Aurelio non riusciva a seguire il discorso “Chiedervi? Chi? E non ho ancora deciso! E dove stiamo andando?”

Ma fuori dalla porta non c’era il corridoio che portava alla sala da pranzo e alle altre stanze.
Un prato, circondato da una palizzata d’accampamento, con la luce del sole che illuminava i presenti, e la calda aria estiva..
Il Gruppo d’Intervento. Con Doric e Cain Marshall ancora vivi, e con Lord Filibester li presente.
Un rumore di lacerazione, un gemito provenire da un angolo del campo, Lady Yer che risollevava la spada insanguinata mentre una piccola testa dalle gote rosa rotolava sul prato.
“Piff….”
Sussurrando il nome dello gnomo, Aurelio provò a fare un passo in avanti ma la porta gli venne richiusa in faccia “Morto, Aurelio! Senza voi che lo comperaste, morto e scartato come merce difettosa! Nessuno aveva abbastanza soldi per tutti. E guardate qua!”

La porta venne riaperta. Questa volta, una stanza illuminata da fumose candele di sego.
Un rumore ritmico, cigolante, da un letto in un angolo.
Un grosso uomo, sudato, si muoveva nudo sopra una donna, con versi animaleschi.
Aurelio non riusciva a muoversi. Fissava paralizzato la scena, fino a che l’uomo non si spostò, facendogli vedere il volto magro e livido di Lala, la sua serva, mentre la porta si richiudeva…
“Una schiava, in fondo. Ricordate come era vestita e come stava, prima che voi la prendeste e le deste sicurezza? Era ovvio finisse in un bordello. E, dopo un po’, in un bordello peggiore… si consumano in fretta, quelle come lei. Non le trattano bene come farei io.”

Con la mano, guardando con dispiacere il La Torre, Lord Adrian riaprì la porta.
Un prato. In lontananza, una musica per una danza. A terra, infilzata da una spada, Fae, che guardava il cielo con occhi vitrei. In una mano il diario. Nell’altra un pugnale.
“Ha opposto resistenza, quando è giunto il Ferro Scarlatto per prenderla” disse, chiudendo la porta “Ha preferito morire libera, non avendo nessuno di cui fidarsi. Una ragazza sciocca, ma coraggiosa. E per essere un’elfa, uno spreco rovinare un così bel corpicino”

Riaprendo la porta, su una scena notturna, Lord Lux Victori parlava a bassa voce “Fatevi forza, amico mio. Questa farà male, dato è ancora fresca…”
Ago, ricoperta di sangue, riversa a terra sui monti Kogar. Li vicino Laudanium, col volto disperato, che non sapeva più cosa fare e non aveva le erbe o i componenti necessari a salvare la gente. Persone malate, attorno, che tossivano e soffrivano.
“Un’altra vita spezzata… o meglio, molte! Mancavano risorse, mancava gente che le desse quando servivano. E come risultato abbiamo avuto un’altra bella donna morta.”
Adrian richiuse la porta, scuotendo la testa “Questi fomori non sanno apprezzare la bellezza, e metterla a frutto...”

“Abbiamo finito, Lord Adrian?” chiese a bassa voce Aurelio. Non riusciva ad alzare il capo.
Adrian lo guardò, dall’alto in basso. Un sottile sorriso sul volto, e sicurezza nella voce “No, Aurelio. No. Noi Nobili non finiamo mai. Non ci è concesso fermarci. Ci è concesso al massimo venire spazzati via. Come alla vostra famiglia. Come a loro.”
La porta si spalancò con forza, e anche le finestre, mettendo in vista scene da altri passati e presenti.
Un mago del sangue, a Mu, assieme al suo seguito e a un divoratore, che urlava ai membri del Gruppo d’Intervento dopo alcune parole sbagliate.
Sempre loro, che lottavano l’un l’altro, con vari corpi già a terra. Di fronte, un Padre dei Lupi che scuoteva deluso la testa, nelle terre dei Warfer, vedendoli cercare di superare una prova fallita in partenza.
E sempre gli stessi, a un pranzo unito. Tutti i membri del Gruppo Misto, delle cinque organizzazioni. Senza parlare gli uni con gli altri. Freddi, divisi, con sospetti. Alcuni con i volti persi, senza una guida, senza qualcuno che li consigliasse, aiutasse o si fidasse di loro...
E le porte e gli scuri si richiusero, sbattendo.
“Vedete, Aurelio? Qualcosa lo avete fatto. E qualcosa dovete ancora farlo. Noi siamo superiori. Non possiamo accomodarci nel riposo come i plebei”
Si avvicinò al tavolino, versandosi l’ultimo vino mentre Aurelio lo seguiva.
“Quindi, amico mio, fate quel che volete. Perchè se agirete le cose cambieranno. Perchè le cose le abbiamo cambiate, le abbiamo rese migliori, ma ora io non posso più fare nulla”.
Poi, gettandogli il vino in faccia, disse “E ora svegliatevi”

SECONDO RINTOCCO
Si svegliò di colpo, con i due rintocchi della campana.
Era caduta la brocca piena d’acqua, posta in uno scaffale sopra il letto, bagnandolo in viso.
Tutto attorno a lui, un bosco.
Non c’erano tre delle pareti. Non c’era il tetto. E il sole risplendeva alto in cielo.
D’altra parte, non c’erano neanche i vestiti indosso ad Aurelio.
“Copritevi, Lord La Torre. Anche se apprezzo il vostro stile Tribale, non ero prima e non sono ora interessata agli umani” disse una voce dura e femminile a lato della radura.
Alzandosi di scatto, Aurelio prese il lenzuolo che avvolse attorno alla vita, guardando con un sorriso la figura seduta sotto ad un albero, che intagliava una figurina di legno a forma di orso.
La verde Orchessa non presentava ferite, e sembrava rilassata mentre alzava lo sguardo verso di lui, inarcando il sopracciglio “Decisamente un vestito più adatto a un bosco sacro. Avete perso la parola, La Torre?”
Aurelio era imbarazzato e rosso in viso, e solo balbettando riuscì a dire delle parole.
“Mi rendo conto che questo sia un sogno, Lady Bjorne. Ma comunque sono in una condizione non adatta a me, e me ne scuso. Inoltre, anche voi sareste stata mandata qui da me?”
Bjorne scosse il capo, alzandosi e avvicinandosi poggiando sul tavolo la statuetta.
“Aurelio, nessuno dice a una Hierko cosa deve fare. Neanche dopo la morte.”
Si fermò, torreggiante, di fronte a lui “Volevo vedervi per dirvi due parole. E qualcuno mi ha chiesto di aggiungerne altre, tutto qui. Inoltre..” e il suo sopracciglio si inarcò “..un sogno? ne siete davvero certo?”
Detto questo, si voltò e incamminò verso la foresta, inseguita dal La Torre che incespicava a piedi nudi, avvolto nel lenzuolo come fosse una toga.
Gli alberi e i cespugli si spostavano al loro passaggio, e mentre vari animali li osservavano con uno sguardo intelligente, l’orchessa riprese a parlare “Siamo nel mondo degli spiriti, Aurelio. Ma forse è anche il mondo dei sogni. Nessuno potrà dire se vi è differenza, e di certo non un Fargan. Mi hanno chiesto di spiegarvi, o meglio ricordarvi, alcune cose del passato del Ducato”
Rallentò, voltandosi un attimo “Preparatevi. Io devo farvi lezione, e mi vien da ridere all’idea”.
Si fermarono poco dopo di fronte ad un ruscello, a cui lato c’era il  tavolo da cucina di Aurelio, con le sedie e apparecchiato per il pranzo, in cui si accomodarono.
“Molti dicono che voi Fargan, appena arrivati, abbiate invaso i territori della Tribù. Molti non conoscono la storia. Ma io ascoltavo gli sciamani, e voi leggevate i libri.
Nel 72, meno di 50 anni fà, le vostre navi arrivarono su queste terre. Voi non eravate ancora nato. E incontraste varie tribù.”
Si versarono da bere birra dalla brocca, mentre Bjorne prendeva per sè del formaggio.
“Piccole e disorganizzate tribù, dal nome ormai dimenticato, che sconfiggeste da invasori….come facevano loro stesse le une con le altre, a volte.
Poi, 13 anni dopo, incontraste la prima prima grossa Tribù. E ci fu, dopo 13 lunghi anni, la vostra prima sconfitta… ma non contro di noi. Non ci eravamo ancora incontrati.
La Frusta Rossa. Adoratori di guerra e caos. Iniziarono a prendere i vostri territori. A scacciare i vostri nobili, ancor prima che ci fosse un Ducato”
Ridacchiò. Una risata amara, uscita a labbra strette dalle zanne, mentre Aurelio osservava un grosso cobra che strisciava verso il tavolo. Ma poi riprese a parlare “ Avevate 11 anni, quando capitò anche alla vostra famiglia. 13 quando anche la Casata di cui eravate vassalli venisse completamente spazzata da queste terre.
E non avevate ancora incontrato la Tribù del Lupo Guardiano, in 20 anni che eravate nel Ducato.
Ma ci conoscevate.”
Si fermò a guardarlo negli occhi, mentre la foresta diventava silenziosa, e il sole veniva coperto da una nube, e con una voce più profonda continuò
“Sapevate che esistevamo.
Sapevate che eravamo molto forti, e che eravamo in guerra contro la Frusta Rossa, ma che noi come voi eravamo in difficoltà
E Eisen, con altri Fargan, e con noi della Tribù, tre anni dopo vide la possibilità.
Il primo vero e profondo contatto, Aurelio. Il primo vero e profondo contatto tra Voi Fargan e noi della Tribù del Lupo Guardiano non fu guerra o invasione fra di noi!
Collaborammo, uniti! Voi avevate 14 anni, ve lo dovete ricordare!
I nostri e i vostri che combattevano assieme!
I vostri Navastello, che con i nostri sciamani combattevano la magia della Frusta, e che ci aiutarono a difendere il nostro Totem! Che divennero nostri amici!
… e che vennero completamente spazzati via dalla Fauce Nera…”

Per un minuto rimasero in silenzio, mentre il sole tornava a splendere. E il La Torre, questa volta, fu lui a prendere la parola “Ma la tribù non lo dimenticò, Lady Bjorne. L’anno dopo, foste voi ad aiutarci con l’epidemia. I Warfer aiutarono anche me, che mi ero ammalato. E poi si unirono in battaglia all’esercito Fargan, contro i demoni.”
La Lady di Ferro sorrise, guardandolo “Ricordate bene, Aurelio. Magari ci eravamo pure visti in terre tribali, chissà…
E uniti, dato da soli non ce l'avremmo mai fatta, abbiamo scacciato la Frusta, fino a quasi spazzarli del tutto via da questa terra 12 anni fa. Quasi.
Dieci anni a combattere fianco a fianco. Dieci anni in cui voi Fargan conquistaste territori… così come facemmo noi, della Tribù del Lupo Guardiano.
I deboli soccombono o vengono assorbiti. E molte tribù divennero noi. Tribù di cui ora il nome viene solo raccontato, ma il Lupo divenne forte prendendole a se con i suoi spiriti, e i suoi uomini, donne, orchi ed elfi.
Voi Fargan non eravate più quelli di un tempo. Ma neanche noi.
Ma non eravamo ancora un Ducato”
Di nuovo il silenzio. Il cobra era andato via, ma un lupo e un cervo li stavano guardando dal bordo della radura, incuriositi.

Fu Aurelio a parlare, questa volta.
“Anno 1310, otto anni fà. Il Trattato di Seawolk.
Biel Nordrake viene reso Duca, e il suo territorio Ducato Nordrake.
Questo comprendeva i tre Marchesati, e il Territorio della Tribù del Lupo Guardiano al suo stato finale, dopo alcune riorganizzazione, giuste o no, dovute a dei patti.”
Lady Hierko lo stava guardando. Il suo corpo era finalmente rilassato, come se la furia ne fosse uscita
“Capite, Aurelio? Noi siamo questo Ducato. La Tribù ne è parte da quando è nato. La Tribù ha fatto nascere questo Ducato, e il Ducato è nato solo perchè abbiamo collaborato.
Prima eravamo una Tribù in lotta con altre, e dei Fargan invasori di terre di altre Tribù.
Uniti siamo stati il Ducato, e non siamo spariti.”

Gli prese, di scatto, la mano. Una presa forte come l’essere stretti nell’acciaio, mentre lo avvicinava a sè.
“Promettetelo, Aurelio. Promettete che direte alla gente queste cose. Fategli capire cosa è il Ducato, e come sbagliano se lo vedono diviso. Perché i giovani dimenticano sia le storie che la storia, e dimenticando hanno paura, odio e diffidenza.
Promettetemi che lo ricorderete a tutti.
Promettetemi che baderete  a questo Ducato. A tutto il Ducato, salvandolo anche da se stesso”
Anche se avesse voluto, il La Torre non sarebbe riuscito a muoversi, mentre sussurrava “ lo prometto”.

La mano si aprì, mentre Bjorne si alzava.
“Ora devo lasciarvi. Ho degli amici che non vedo da tempo che mi aspettano.
Ma dei consigli, Aurelio. So che conoscete la mia religione, quindi li capirete.
I Demoni, i Non Morti e i Corrotti sono minacce. Non permettere loro di ingannarti o sottometterti, perchè questo è quello che faranno, anche se si presenteranno con la faccia amichevole, e con la mano tesa per aiutare. E so ciò che stavi per fare. Mi commuove sapere che avresti dato così tanto per me, ma non pensarlo mai più. Coloro che muoiono devono incontrare Ze’ev, Gureg ed Apawi nelle terre al di là del mare, non tornare a camminare.
Devi essere forte. Se sei forte proteggi la tua Famiglia prima di te stesso. E il Ducato è la tua famiglia. So che ti ho detto che sei debole e non hai nulla… quindi ottienilo! E diventa forte! Quindi… Oh, avrei voluto spiegarti meglio ciò che intendevo dire, ma ormai temo che sia tardi. Ricordati solo che ti consideravo comunque uno dei migliori nel... ”
e qui si interruppe un attimo, quasi non ci fossero parole adatte, prima di riprendere “Quindi, bada anche alla mia famiglia se puoi. Alla mia famiglia della Tribù, e ai miei figli. Vai da loro a parlare della loro madre, te che l'hai vista. Soprattutto a Sigurd, che mai mi conoscerà. Racconta la storia, racconta le storie, e non far dimenticare”

Riprese a incamminarsi verso il bosco, quando Aurelio parlò di nuovo
“Ma quando tutto sarà finito, anche per me,  i nostri Dei ci permetteranno di rivederci?”
“No, Aurelio” disse reincamminandosi verso la foresta “Ma con la vostra parlantina, so che riuscirete a far cambiare loro idea. Ci conto. Ed ora svegliatevi”

TERZO RINTOCCO
Era ancora a letto, vestito, mentre tre rintocchi della campana si scandivano nella notte.
Nessuna foresta. Nessuna nobile orchessa. Solo sogni, ed ora era sveglio.
E qualcuno stava bussando alla porta.
Si alzò, ancora scosso dai sogni, barcollando verso la porta. Probabilmente era Lala, la sua schiava.
Quando aprì, invece, si trovò di fronte un cavaliere, con indosso una raffinata armatura d’argento e la collana del drago di Lex al collo, che lo guardava sorridendo.
“Cain. Anche voi” sussurrò il nobile.
Il mago fece un inchino, per poi rialzarsi. “Vi chiedo perdono, Lord Aurelio, ma mi è stata fatta la richiesta di venire da voi per delle faccende da chiudere. E ne approfitterei per chiedervi un paio di favori se possibile...posso entrare?” disse, facendo un paio di passi in avanti e guardandosi attorno nella stanza.
Aurelio si scostò, per non intralciarlo, e Cain riprese a parlare, mentre metteva in ordine i set da scrittura e pergamene sulla scrivania, gettando dopo una breve occhiata la lettera che era stata scritta nel cestino. “Non mi immaginavo una casa così piccola per un nobile, con la cucina che è anche soggiorno, e la vostra stanza da letto che è anche studio. e ho visto davvero poche altre stanze. Pensavo che un Nobile al terzo grado del Patto avesse più soldi e vivesse meglio”
Voltandosi, dopo aver riordinato, vide Aurelio che ridacchiava scuotendo la testa, e si bloccò “Ah. Non dovevo dire quelle cose. Ho fatto un’altra brutta figura?”
Aurelio sorrise, con il volto rasserenato “Anche nella morte, o in un sogno, e anche se ora sembra siate cavaliere, siete sempre lo stesso, Sir Marshall Cain. E ne sono felice”
Indicò con la mano l’intera stanza, con un gesto fluido “Ho poco, Cain, rispetto ad altri nobili dato che ho perso tutto se non i doveri. I pochi diritti che ho son più di forma e di etichetta, e vengono spesso ignorati dagli altri. Avevo una piccola dote messa via dal passato, ma spesa da tempo… nessuna rendita come altri non decaduti, e qualche debito da dover chiudere.. La casa è quel che riesco a permettermi con i miei guadagni, grazie anche all’aiuto di Piff, che per ora vive qui e di Fae, che spero rimanga. Riguardo al grado…” e si fermò un attimo, guardandosi la mano “sono un Apprendista, un secondo grado, con la capacità di contestare troppo spesso i superiori”.
Si guardarono l’un l’altro, seriamente, prima di scoppiare entrambi in una bassa risata, che finì con Aurelio che tratteneva le lacrime “Mi eravate simpatico, Cain. Avrei voluto conoscervi meglio, ma il rango non mi permette tutto. Avrei voluto darvi altri consigli, avrei voluto rivedervi… e mi spiace per voi e per tutti. Mi spiace che non sia servito a nulla.”
Si riprese, guardandolo “Avete detto che anche voi siate stato mandato da un qualcuno. E immagino dobbiate mostrarmi qualcosa. Come si fa stavolta?”
Cain sorrise, raddrizzando la schiena “Si! La mia prima missione che  ho, adesso! Una fanciulla me l'ha chiesta, dato che tiene a voi! Quando sarete pronto, Lord La Torre, usciamo di casa vostra. I cavalli sono pronti”

Stavano già cavalcando il momento dopo, su due cavalli argentati, fermandosi di fronte a una magione di qualche nobile. Il paesaggio, la casa e le persone sembravano irreali, come dipinte da un pittore alle prime armi. Le uniche persone vere, di aspetto, erano loro due che, scesi dai cavalli, stavano entrando.
“Dove siamo, Cain? Perchè non riesco a riconoscere nulla? Siamo forse nel passato, o dove?”
Il mago cavaliere continuò a fargli strada, senza voltarsi e dandogli la schiena “Seguitemi, Lord Aurelio, e ascoltatemi. Se tutto è sfocato la colpa è vostra. Questo è il presente, il Ducato, il momento attuale che io non potrò mai più vedere, e che voi rifiutate di accettare, o su cui distogliete lo sguardo. Questa è la casa di un nobile che usa l’organizzazione a cui appartiene come se fosse sua proprietà” disse, indicando quelli che sembravano dei carri che venivano scaricati di fronte alla casa “e le vite dei suoi servi come se fossero meno importanti dei suoi cani” disse, indicando un gruppo di persone inginocchiate a terra di fronte a una figura alta e colorata che, con un gesto della mano, fece sparire tre di esse.
“Io… io non so chi sia” disse il nobile. Tutte le immagini erano confuse, un misto di colori ad olio, senza alcun dettaglio dei volti.
Cain gli dava ancora le spalle “Si che lo sapete, ma non lo ammettete” e furono in un altro luogo.
Aurelio sapeva di esserci giunto nuovamente a cavallo, ma non lo ricordava.

Sempre tutto sfocato, dipinto. Forse era una sala da pranzo, o qualcosa di simile. Decorata, ma non si capiva di cosa. Ogni mobile era solo una macchia di colore nel tutto. Al tavolo, una figura che brillava di oro, argento e porpora da un lato, che parlava amichevolmente con una macchia scura che si contorceva
“Accettiamo i nemici del Ducato alle nostre tavole, e pur sapendolo decidiamo di tacere per il guadagno. Per la convenienza”
Aurelio si guardava attorno. Cercava di capire i particolari, ma erano tutti confusi, come le parole delle due figure. “Ma Cain, non riesco a capire chi siano! Tutto è troppo confuso!”
Cain gli dava ancora le spalle “Si che lo sapete, ma non lo ammettete” e furono in un altro luogo.
Aurelio sapeva di esserci giunto nuovamente a cavallo, ma non lo ricordava.

Un ricco giardino, di fronte a un grande palazzo. A terra una figura accovacciata, che stava venendo picchiata con una verga da un’altra molto più grande, accanto a quello che sembrava qualcosa di fatto cadere. Non si riusciva a capire se fossero uomini o donne, ma più probabilmente la seconda.
Lì vicino, un paio di altre figure vestite come quella a terra, che guardavano inquiete la faccenda.
Dal bordo del giardino comparve qualcuno. Dava l’idea di un guerriero forte, ricco e nobile ma più piccolo dell’altra grande figura, circondato da guardie che altro non erano che grosse pennellate di nero e rosso.
Guardò un attimo la scena, poi si voltò distogliendo lo sguardo, e se ne andò, lasciando di nuovo la donna picchiare la serva.
Questa volta Aurelio non disse nulla. Non provò a dire di non sapere chi fossero, sebbene non volesse ammetterlo di fronte al Cavaliere d’Argento.
Cain gli dava ancora le spalle “Sapete chi sono, ma non lo ammettete. E non potete ammetterlo di fronte ad altri” e furono in un altro luogo.
Aurelio sapeva di esserci giunto nuovamente a cavallo, ma non lo ricordava.

Una radura alberata. Tutto era disegnato un sfumature di verde. Le persone erano verdi e si notavano solo perchè si muovevano. Una figura al centro troneggiava sopra tutti, alta come gli alberi, e urlava gettando parole di odio attorno a sè, che volavano lontane oltre gli alberi, e a volte vicine e colpivano quelli attorno, uccidendoli.
Aurelio non disse nulla.
Cain gli dava ancora le spalle “Sapete chi sono, ma non lo ammettete. E non potete ammetterlo di fronte ad altri” e furono in un altro luogo.
Aurelio sapeva di esserci giunto nuovamente a cavallo, ma non lo ricordava.

Un campo di battaglia. gente che combatteva, e altri a terra. Sempre figure confuse, ma dai colori si vedevano molte figure marroni, alcune rare dai nobili e sgargianti oro e porpora, e pochi a metà fra i due come aspetto.
In mezzo, una persona che sanguinava, con gli abiti di un nobile. Sopra di lui, che ne strappava pezzi dorati, una delle figure che non erano né nobili né plebei.
Aurelio i fissava, rabbioso.
Cain gli dava ancora le spalle “Sapete chi sono, ma anche se lo ammettete, non potete ammetterlo di fronte ad altri” e furono in un altro luogo.
Aurelio sapeva di esserci giunto nuovamente a cavallo, ma non lo ricordava.

Un campo di allenamento. Guerrieri disegnati come una grossa pennellata nera e rossa, che circondano e danno incoraggiamenti a una macchia in mezzo a loro. Una grossa macchia, fatta con colori fastidiosi, che man mano si spargono sugli altri cavalieri insudiciandoli.
Questa volta Aurelio parlò “Lui so chi è”
Cain gli dava ancora le spalle “Sapete chi sia, e lo ammettete, ma non avete potuto parlarne liberamente per timore di danneggiare chi lo custodiva” e furono in un altro luogo.
Aurelio sapeva di esserci giunto nuovamente a cavallo, ma non lo ricordava.

Una figura dorata, di fronte al mare. Stabile, forte, amichevole, onorevole.
Ma altri gli sbattevano addosso. Figure scure lo macchiavano, e altre prendevano parte del suo colore dorato, lasciando sempre stabile e forte, ma con un aspetto sempre meno bello da vedere.
Aurelio abbassò lo sguardo, con un’espressione colpevole...
Cain gli dava ancora le spalle “Sapete chi sia, e lo ammettete, ma non gli avete detto tutto, e avete preferito distogliere lo sguardo” e furono in un altro luogo.
Aurelio sapeva di esserci giunto nuovamente a cavallo, ma non lo ricordava.

Una fortezza altissima, disegnata con pennellate marroni miste ad altri colori.
Al di sotto, corpi a terra, appena accennati in nero, blu e rosso.
In piedi tre figure blu acceso. Possenti, con quella centrale piena di rabbia e arroganza.
“Ci sto provando, con lui” disse Aurelio.
Cain gli dava ancora le spalle “Sapete chi sia, e lo ammettete, ma state procedendo con cautela per timore di offendere. E la gente muore” e furono di nuovo nella sua stanza.
Aurelio sapeva di esserci giunto nuovamente a cavallo, ma non lo ricordava.

Per un po rimasero in silenzio, con Sir cain che si voltò, rimanendo in piedi, di fronte al nobile che si sedette sul letto.
Poi fu Aurelio a parlare.
“Quindi… Non vi è più onore, o nobiltà? E se vi è, verrà contaminata?”
Cain rimase in piedi. La sua armatura sembrava risplendere lievemente nella stanza buia, quando parlò.
“No, Lord Aurelio. Mi avete spiegato voi cosa voleva dire essere un cavaliere, anche se in vita non lo sono mai stato. E sapete in cuor vostro che vi sono altri degni, altre persone con nobiltà d’animo.
Ma tutti vengono messi alla prova, e chi è nobile di comportamento deve guidare coloro che tentennano.
Voi lo avete fatto. Altri lo stanno facendo, e lo faranno anche con voi. Per questo sono qui, in questo ricordo o sogno. Solo per dirvi cose che già sapevate, ma non ammettavate”
Aurelio lo guardò, triste “Quindi non siete vero. E, nonostante tutto, ringrazio per chi vi ha mandato. Sir Cain, sarei stato fiero di vedervi Cavaliere.”
Cain sorrise, felice, e fece un inchino col busto prima di rialzarsi e proseguire “Devo chiedervi un favore, Aurelio. Un favore che sapete già, come tutte le cose di cui abbiamo parlato.”
Si guardarono di nuovo, poi Aurelio raggiunse l’amico, e gli strinse la mano “Lo farò, Cain. Baderò ad Ago, per quel che mi sarà possibile. Ora, immagino di dovermi svegliare, vero?”
Con le mani strette a quelle del nobile, Sir Marshall Cain sorrise “Si. Che Lex sia con tutti voi. Addio, e svegliatevi”

QUARTO RINTOCCO
Questa volta era rotolato giù dal letto, con quattro rintocchi che risuonavano nella notte.
Con cautela, Aurelio si rialzò, chiedendosi se fosse il caso di preoccuparsi se questo fosse un sogno o la realtà.
Aveva sete, nella notte calda, ma non di vino. Uscendo dalla stanza si diresse nel corridoio verso la sala da pranzo con la cucina, per prendere dell’acqua.
Ma si fermò all’ingresso. Vi era qualcuno di fronte alla dispensa, che stava mangiando e bevendo a lume di candela, ed era troppo rumoroso e robusto per essere qualunque abitante della casa.
Poi si voltò, e Faramir sorrise con la sua nanica barba sporca d’unto e uno stinco mezzo mangiato stretto nella mano destra, il volto coperto da un pallore mortale, con la ferita che lo aveva ucciso ancora ben presente sul corpo.
“Lord Aurelio! Vi chiedo scusa, dovevo venire a parlarvi, ma mi è venuta fame e sete lungo la strada! Dato che la vostra dispensa è ben fornita ne ho approfittato!”
Aurelio lo fissò. Dopo le altre visioni, questa non avrebbe dovuto spaventarlo, ma essudava morte dal suo aspetto mentre si alzava e si ripuliva le mani sui vestiti.
“Sapete” continuò il nano, sorridendo e svuotando una bottiglia di liquore tutto d’un sorso “Dove sto ora si mangia, a differenza dei vostri paradisi. Ma un po’ di cibo terreno in più, se capita, di certo non fa mai male! Ma come mai mi guardate così sconvolto?”
Aurelio provò a ritrovare la voce, riuscendo a farne uscire a fatica solo un filo “Immagino che anche voi siate stato mandato qui, e dobbiate mostrarmi qualcosa..”
“Lord Aurelio! Un po’ più di forza nella voce! Sembra quasi che la mia presenza vi metta a disagio. Forse, è perchè mi avete lasciato morire, invece di salvarmi?”.
Mentre parlava, Faramir si avvicinava sempre di più al nobile. L’odore di decomposizione era fastidioso, e si vedeva la carne che stava cedendo.
Aurelio fece un passo indietro, trovandosi con le spalle al muro “...eravate in tre, e sapevo dove procurarmi un balsamo… l’ultimo. Ho usato tutto quel che avevo per prenderlo, gettandomi nella battaglia, e dovevo scegliere. Avrei voluto fare di più, ma non sono capace!”
Faramir si fermò, guardandolo sorridendo “Non sono arrabbiato con voi Lord La Torre. Una persona la avete salvata. Il giorno prima avevate parlato a Laudanium del peso dei Nobili e dei medici, no? Del dover essere crudeli e scegliere chi salvare, quando i tempi e le risorse non permettono di salvare tutti. Lo avevate detto voi, e avevate ragione. Sono stato mandato qui da una vostra amica per farvi capire che il dolore è inevitabile. E che se scapperete da esso, ne avrete di più”
Aurelio stava singhiozzando. Ormai era certo non fosse un sogno. Lo fosse stato si sarebbe risvegliato. E sempre singhiozzando parlò “Ma voi siete morto. E anche altri, per colpa mia. Avrei dovuto fare di più, ma non so come.”
Con la mano fredda, Faramir lo portò verso la porta, fuori, continuando a parlare “Ma avete fatto. Gente è morta, ma gente si è salvata. Volete sentirvi in colpa? Vi fa piacere? Allora guardate cosa potrebbe accadere se decideste di non fare proprio più niente!”

La Fonderia bruciava. Le officine crollate, e i magazzini in preda alle fiamme. Corpi straziati ovunque, e costrutti fatti in briciole. Nessun gemito, nessun suono.
“Tutti morti, Aurelio! Non importa chi sia venuto a ucciderli. Fauce, Frusta, invasori, traditori. Non importa! Sono arrivati, una città alla volta.”
Aurelio lo seguiva lentamente, in mezzo ai cadaveri e all’odore di carne bruciata. Il volto sconvolto, non riusciva a guardarsi bene attorno, mentre si allontanava  dalle macerie della sua stessa abitazione.
“Di alcune di queste minacce già sapete, come tutti. Credete che chiudere gli occhi le farà sparire? Che far si che siano altri a prendere le decisioni le fermerà?
Arriveranno, e prenderanno tutti. Coloro che rimangono. Coloro che lottano. Coloro che cercano di raggiungere posti sicuri”
Faramir stava guardando triste un carro. Era rovesciato su un fianco, fatto a pezzi da qualcosa di troppo grosso e forte.
Tutto attorno, corpi di Legionari che Aurelio conosceva di persona, che avevano provato a difenderne il contenuto.
Bambini. Piccoli umani, elfi, nani e orchi che stavano venendo portati al sicuro, e i cui corpi ora erano a terra.
Tra loro, un corpicino che poteva sembrare Alba, sua figlia, vicino a quelli di Lala e Fae, mentre il silenzio li avvolgeva interrotto solo dal crepitare delle fiamme.
“Ma non è tutto qui quel che potrebbe accadere!” continuò il nano, sorridendo e con nuovo vigore nella voce, prendendolo con una stretta d’acciaio e trascinandolo verso un’altra porta. “Guardate!”

Uscirono da un ovile, di fronte a quello che era un campo di battaglia nella notte illuminata dalla luna piena..
Ad est, una foresta da cui si alzava il fumo di alcuni incendi. Ad ovest, una città cinta di mura, parzialmente crollate, in preda alle fiamme. E i due eserciti nel mezzo, che si massacravano.
Aurelio e Faramir stettero a guardare cinque minuti, con i rumori della lontana battaglia che giungevano flebili a loro, prima che il nobile parlasse.
“Chi sono, Faramir? Tribali e Fargan, come sembrava sempre che dovesse succedere ultimamente?”
Faramir si mise a ridere. Una grossa e vigorosa risata, che contrastava con il corpo che non apparteneva più al mondo dei vivi “Chi, Lord Aurelio? Non è mica questa la domanda! Potrebbero essere benissimo la Tribù del Lupo Guardiano e i Fargan, oppure la Chiesa della Sacra Mano e i Lexiti, o due Marchesi! Gli elfi neri del Ducato contro gli umani! Barge contro tutto il resto! Occhio e Spada contro Congrega! Non ha minimamente importanza chi siano!”
Di nuovo cadde il silenzio fra i due per qualche minuto, prima che Aurelio parlasse di nuovo.
“Quando, Faramir?”
Qui il nano stette zitto.Poi, a voce bassa, riuscì a rispondere “Forse mai, Lord La Torre. Ma, se capitasse, molto presto. Troppo presto per tutti, troppo presto per poterlo impedire. E molti moriranno, senza sapere il perchè…
Mentre i nostri si faranno la guerra l’un l’altro, i veri nemici arriveranno. E vinceranno.”
Lentamente, tenendolo per mano, lo prese portandolo verso la porta dell’ovile “Venite, Lord Aurelio. Purtroppo non avete finito di soffrire stanotte…”

Uscirono dalla porta di un faro di segnalazione. Ad est, il sole stava sorgendo, illuminando il mare. E rivelando una sterminata fila di navi, dalle vele nere, in avvicinamento.
“Guardate, Lord Aurelio! gli invasori! Potrebbero essere l’Impero, maghi del sangue da Mu, Florjack, Salman, o chissà cos’altro! Sapete, se volessero il Ducato, da diviso, lo spazzeranno via in poco tempo! E la popolazione? Schiavi, sacrifici o morti!”
Il vento soffiava verso di loro, portando via il lezzo di putrefazione dal corpo del nano, mentre il sole metteva in luce la spiaggia, sotto la scogliera, dove giaceva in rovina la flotta Ducale, con gonfi corpi che galleggiavano sulle acque.
Un conato di vomito prese ad Aurelio, che venne retto da Faramir “Su, su. Appena vi siete ripreso, un’ultima cosa. E poi prometto che la mia parte sarà finita. Ma ora rientriamo nel faro.”

Erano usciti da un panificio, in una grande piazza.
Una folla di popolani, inferocita ed armata, circondava un palazzo cercando di prenderlo d’assalto.
Impiccati a degli altri pali, decine di figure con abiti nobiliari penzolavano al vento.
Furia e rabbia. Si poteva quasi respirare nell’aria stessa.
“Mai nulla di così bello come una sana scazzottata!” disse il nano “Anche se, devo dire, qui si son fatti prendere un po’ la mano. Su, Aurelio, provateci voi stavolta! Qui cosa è successo?”
Aurelio guardò, con un nodo alla gola. Alcuni degli impiccati li conosceva di persona. Un ragazzo tra di loro, poi, sembrava suo figlio Augusto, con 5 anni in più…
“Leggi ingiuste. Il popolo usato come un oggetto, senza rispetto. Ed è scoppiato. La storia lo ha sempre insegnato, Faramir. E capiterà sempre che, se il potere al comando diviene troppo ingiusto, i comandati si ribellano..”
“Esatto” disse il nano, sorridendo felice “E poi cosa succederà? Forza, lo avete già visto!”
Aurelio si guardò attorno. Nella folla, alcuni lo avevano visto. Un Nobile. Anche se decaduto, anche se senza potere, un nobile. Simbolo del loro nemico al momento, e non guida come dovrebbe essere “I veri nemici arriveranno. Vinceranno. E uccideranno anche costoro.”
“Bravo, Lord Aurelio” disse Faramir, trascinandolo dentro la porta “Avete imparato, ma ora scappiamo!”

Erano su di una scogliera a Seawolk.
Una Seawolk distrutta da anni, vuota e silenziosa.
Aurelio conosceva il posto. Li, vi era la tomba di sua moglie, Rosamunda Navareo.
Ma ora si erano aggiunte altre tombe.
Augusto e Alba La Torre.
E Piff, Fae, Ikaro, Lala, Aurora, Wysteria, Malia.
Neeral, Fringilla, Istvan, e altre con i nomi sempre meno chiari.
E il corpo di Aurelio, a terra, di fronte ad esse con una pala stretta in una mano.
Vecchio, e rinsecchito dal tempo.
Lo guardarono per un po’, con un gelido vento che li faceva tremare. Poi Faramir riprese a parlare. Con voce lenta e calma.
“Non potete salvare tutti. Gente sotto la vostra protezione, ai vostri ordini, morirà. Capiterà sempre, lo sapete. Voi dovrete decidere spesso chi salvare e chi far morire. Soffrirete per questo, fino alla fine.
Ma era necessario per salvare altri, per continuare a fare ciò che reputate giusto.
Sentitevi in colpa per la mia morte, Lord Aurelio, perchè è questo che vi rende vivo. Ma non fatevi distruggere o fermare da questo.
Venite alla mia tomba. Portatemi una di quelle belle pietre che voi del patto commerciate. Nulla di valore, basta che sia bella da vedere, altrimenti poi me la rubano.”
Aurelio guardò il nano. Le ferite erano svanite. Il colorito tornato sulle sue carni. Il sorriso, mentre parlava, era gentile.
“E badate a Mirka. Badate a Wyrda. Badate a coloro a cui io badavo, ora che non posso più farlo.
Badate a questo Ducato, ma soprattutto alle persone che vivono in esso.
Soffrite per farlo. E soffrirete ancora di più, ma dovrete essere abbastanza forte da portare tutto il nostro dolore con voi. Il nostro dolore e le nostre speranze. Quelle forse vi aiuteranno!”
Delle fiammelle si stavano accendendo sulla barba del nano, e sul terreno, aumentando di intensità, circondandoli e scaldandoli.
“Sta arrivando, Aurelio. Posso chiamarvi solamente Aurelio, vero? Davvero una brava persona, per averci fatto venire qui da voi. O forse la vedevate voi come una brava persona, e vedevate anche noi come brave persone, per averci sognato tutti.”
Le fiamme, alte, oramai erano ovunque. Non facevano paura, ma illuminavano e scaldavano, senza scottare. e Facendo sparire tutto alla vista. Anche il nano.
“Addio, Faramir”, disse il nobile.

QUINTO RINTOCCO
Alte fiamme circondavano Aurelio, avvolgendolo in un piacevole tepore che gli dava sicurezza.
Pian piano, iniziarono a diminuire, raccogliendosi sempre di più un una forma umana, femminile, e rivelando di nuovo la stanza da letto del nobile, senza alcun danno.
Aurelio sorrise, cercando di trattenere una lacrima.
“Hestia”
La ragazza fece un inchino. Ora, la fiamma era solo nella sua mano, piccola e sotto controllo.
“Salute, Lord Aurelio”
La ragazza, con indosso il poncho e i pantaloni rossi del giorno in cui si erano incontrati, sorrideva felice. I lunghi capelli biondi non erano sporchi di sangue, e non aveva ferite sul corpo.
“Quindi… sei stata te, a mandarli tutti?” mentre parlava, il La Torre sembrava finalmente rilassato “Ormai non riesco più a capire se si tratta di un sogno, di ricordi, o se siete sul serio spiriti”
Hestia rise, avvicinandosi e prendendogli una mano “Cosa volete che ne capisca una ragazzina come me? Non lo so proprio cosa sono. Solo, che voi stavate male, e quando ero viva avevo giurato di proteggere la vostra famiglia. Lo sto facendo con voi”
Le fiamme si rialzarono attorno ai due, sempre calde e piacevoli.
“Ricordate quel discorso su chi vuol essere eroe? Che muore presto? Lo dite per spingere la gente a non sacrificarsi, ma poi portate loro rispetto….
Per questo dovevate vedere quelle cose, stanotte. Tutte cose che già sapevate, dalla prima all’ultima, ma che non ammettavate o rifiutavate di vedere.”
Aurelio le strinse la mano, mentre si incamminavano nelle fiamme “E voi, Hestia? mi farete vedere qualcosa?”
“La speranza” disse la ragazza, mentre le fiamme si aprivano di fronte a loro, rivelando un luogo diverso.
“Il motivo che vi fa andare avanti, e per cui lottate”

Erano in una piazza della Fonderia. Si vedevano molti più Tribali del solito, ed una carovana era appena arrivata. A dirigere le operazioni c’era un legionario sui trent’anni, con i capelli ricci e neri, e il simbolo dei La Torre sull’armatura decorata.
Sorridendo, si voltò quando una ragazza più giovane, coi capelli biondi e abito da nobile ma macchiato come quello di vari alchimisti, arrivò a salutarlo, chiamandolo fratello. Con lei, due piccoli bambini, accompagnati da una donna con le vesti bianche della Chiesa,
“Vuoi vedere crescere i tuoi figli in un Ducato felice, Aurelio. Li vuoi vedere far famiglia, e diventare bravi in quel che gli piace. Vuoi vedere coloro che proteggi che continueranno a stare bene”
Con il gruppo che si fermava, da lontano, a guardare Aurelio e a salutarlo, le fiamme si rialzarono, mostrando un altro posto prima di svanire.

Erano in un’altra piazza. Il posto sembrava Barge. Una piccola folla di anziani, bambini e qualche adulto circondava un’elfa, posta su di un piedistallo rialzato per meglio farsi sentire.
Aveva una cetra al suo fianco, e una piuma in argento lavorata adornava le sue vesti.
Stava raccontando di un matrimonio capitato a Raaka. Dello scambio ufficiale di corteggiamenti tra due nobili a Nord. Del fatto che a est fossero a corto di manodopera a causa di alcuni incendi. Delle nuove ricette e mode d’abbigliamento di Seawolk.
Al suo fianco, una borsa chiusa con lo stesso simbolo della piuma, e li vicino un tavolo da scrittura in cui un giovane orco,  suo apprendista, stava scrivendo su delle pergamene dei messaggi che gli venivano dettati.
“Racconta del Ducato, e di quel che succede. Porta missive a parenti e amici di chi non si può muovere. Così tutti sono vicini, e nessuno nel Ducato è un estraneo per gli altri”
Per un attimo la barda e il suo apprendista videro Aurelio e, senza fermarsi, fecero un inchino di rispetto, prima che le fiamme si rialzassero per mostrare un altro paesaggio.

Un villaggio della Tribù del Lupo guardiano, con le colorate costruzioni in legno o le tende in cui viveva la gente.
Un mercante del Patto stava vendendo le sue merci all’aperto, mentre in lontananza si vedevano alcuni guerrieri ricoperti di pelli che si allontanavano verso i confini assieme ad alcuni esploratori di Occhio e Spada.
Sul limitare della piazza, un piccolo edificio con il simbolo della Sacra Mano. Di fronte ad esso un piccolo tavolo, dove due uomini anziani stavano bevendo vino e chiacchierando animatamente e divertendosi di religione.
Uno dalle vesti poteva essere riconosciuto come uno sciamano di ze’ev, mentre l’altro era un sacerdote della Mano Bianca.
“Stanno tutti assieme, Lord Aurelio. E sembrano stare bene, vero?” Hestia era felice, e anche il nobile, a vedere tutto questo “Non vale la pena di lottare per ottenerlo?”
E di nuovo le fiamme li avvolsero un attimo, prima di calare di fronte a loro.

Una piazza di Punta del Drago, da cui si poteva osservare il Muro in lontananza.
Vi erano nuovi edifici, e molta gente da tutto il Ducato si muoveva in giro, con pochi soldati presenti.
Poi, la folla si aprì, mentre un anziano Faust Nordrake passeggiava, accompagnato da un paio di altrettanto anziani compagni del Ferro Scarlatto.
Erano senza armatura, e sembravano rilassati mentre chiacchieravano. Quando una nana, col suo bimbo in fasce, si avvicinò a loro non la allontanarono, ma scambiarono delle parole mentre il Duca volle prendere il piccolo in braccio per dare la sua benedizione.
“Un Duca amato dal Popolo, che ama il suo popolo e se ne prende cura.” disse la giovane ragazza.
Di nuovo, le fiamme si levarono, riportandoli nella stanza da letto di Aurelio.

Hestia continuava a tenere la mano di Aurelio, mentre lo fissava negli occhi.
“Tutto questo potrebbe accadere. Ma qualcuno deve lottare per farlo, Lord Aurelio.
Io non posso fare più nulla… ma vi proteggerò dagli incubi, se crederete in quel che ho fatto. Li brucerò ogni notte, come questa, finchè voi manterrete la speranza”. Con un gesto della mano, indicando una candela, una fiamma scaturì dalle sue dita, accendendola “La fiamma si può anche spegnere, ma persone volenterose la riaccenderanno sempre per illuminare la via. Non fatela spegnere a lungo.”
Aurelio rimase un attimo silenzioso, trovando conforto nel calore della mano della ragazza, che aveva dato tutto per il suo ideale. Poi, riuscì a chiedere, a bassa voce “E per voi, Hestia? Posso fare qualcosa per voi?”
Hestia sorrise, dandogli un leggerissimo bacio sulla guancia “Badate a mia sorella, e alla mia famiglia. Badate a questo Ducato, a cui tenevo. E badate a voi stesso, Lord Aurelio. Vogliatevi più bene. Ci rivedremo nei sogni, con le fiamme.

E, svegliandosi, sentì la campana fare cinque rintocchi.

DOPO LA CAMPANA
Con calma, Aurelio si alzò dal letto, riflettendo sul sogno che aveva fatto.
Nella stanza, una singola candela illuminava il tutto, come se fosse stata accesa da poco.
Abiti puliti erano piegati in fianco del suo letto, che usò subito per cambiarsi.
Mentre si avvicinava alla scrivania, passò accanto al tavolino con la caraffa e il calice di vino. Vuoti.
Doveva aver bevuto troppo.
Le carte, gli inchiostri e il resto del suo materiale da lavoro era tutto in ordine, mentre si sedeva.
La lettera scritta il giorno prima era caduta nel cestino, dove rimase.
Si mise a scrivere, osservando un piccolo orso di legno che aveva sulla scrivania. Probabilmente arrivato con le ultime merci dei Tribali.
Fino all’alba, quando anche il resto della casa iniziò a svegliarsi. E allora li raggiunse in cucina.

Lala stava preparando le colazioni, lamentandosi del fatto che la dispensa era stata svuotata ed era difficile farci caso con tutta la gente che viveva in casa.
A quest’ora erano sveglie solo lei e Fae, che stava mangiando delle uova sode mentre sistemava il suo diario.
Quando videro Aurelio si fermarono, preoccupate per lui.
Ma queste preoccupazioni presto svanirono. E stettero ad ascoltarlo sempre più interessate, mentre parlava loro del sogno che aveva fatto.
Un sogno che egli riteneva mandato dagli Dei.
Di cui voleva che si parlasse, a più gente possibile.
Un sogno necessario per ricordare e da ricordare, secondo le parole che il nobile raccontava loro.
Un po’ alla volta, in cucina, si unirono ad ascoltare Alba e poi Piff, seguite da Augusto, il figlio maggiore.
Ascoltarono il sogno di Aurelio.
Alcune di loro piansero, mentre il nobile parlava.
In alcuni momenti i ricordi furono forti, e portarono dolore. In altri, portarono forza e speranza.
Ma ascoltarono tutto. Fino in fondo.
E ascoltarono la volontà di Aurelio di metterlo per iscritto.

“Sei l'ospite d'onore del ballo che per te suoniamo
Posa la falce e danza tondo a tondo
Il giro di una danza e poi un altro ancora
E tu del tempo non sei più signora”



Nota off game: Dedicato ai giocatori che portano in vita i loro personaggi, facendo si che arrivino a significare qualcosa per noi anche nelle nostre vite in cui non indossiamo il costume e la maschera.

Sentrem

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